Più
drammaticamente "precari"
gli antichi equilibri del Libano
Il rampante malessere
"sciita" ![]()
scuote alle radici il "Paese dei cedri"
Fulvio
Scaglione
("Avvenire", 8/5/’08)
Wafid Shukair,
fino a ieri sconosciuto brigadiere generale dell’esercito, potrebbe passare
alla storia come l’uomo che ha precipitato il Libano
in un’altra "guerra civile". Vale la pena di ripercorrere la
vicenda, perché racchiude tutta la crisi di un Paese che potrebbe essere un
"modello" di civiltà e benessere e un esempio per tutto il
Medio Oriente, e che pare invece aver scelto non di precipitare, ma di scivolare in un
processo di "disgregazione" che, proprio per questa torpida
"ineluttabilità", potrebbe rivelarsi più crudele e definitivo che
mai.
Dunque, Wafid Shukair. Musulmano "sciita", era il capo dei
"servizi di sicurezza" dell’aeroporto di Beirut.
Tutti sanno che l’aeroporto è controllato dagli "sciiti" di "Hezbollah",
le cui "roccaforti" sono nella stessa zona sud della capitale. Quando
si dice "controllato" si intende proprio quello, alla lettera: dal
servizio dei "taxi" al "catering" all’affitto degli
appartamenti nei palazzoni che strategicamente affacciano sulle piste. Proprio
al modo in cui, per esempio, i cristiani controllano l’"import-export"
di medicinali, i musulmani "sunniti" il settore dell’edilizia, i
cristiani "ortodossi" la finanza. Nello stesso tempo, il "rango" e il
ruolo del generale Shukair, cacciato dall’incarico dopo un "Consiglio dei
Ministri" durato undici ore, rivelano la trasformazione sociale degli
"sciiti" libanesi: da massa contadina a borghesia capace di scalare i
"ranghi" dell’amministrazione pubblica e del commercio. O da
"soldati semplici" ad "alti ufficiali": era uno
"sciita" di "Hezbollah" anche il responsabile dei
"servizi di sicurezza" che, poche settimane fa, voleva
"censurare" "Persepolis", il "film" tratto dall’omonimo
libro di Marjane Satrapi, scrittrice francese di origine iraniana. Proposito poi
bloccato dal "Ministero della Cultura".
La prima reazione, di fronte a fatti come questi, è pensare che "Hezbollah"
lavori per conto dell’Iran.
Se fosse così, il problema sarebbe grave, ma non grave com’è oggi. In
realtà, la pressione che "Hezbollah" esercita non solo sul
"Governo" ma sull’intero Libano, è quella di un gruppo che prima è
diventato "maggioranza relativa" (gli "sciiti" sono, oggi,
la comunità più folta), poi ha recuperato parte importante del "divario" che lo
separava dalle "élite" storiche (cristiani "maroniti" e
"ortodossi", "drusi", "sunniti"), infine ha
cominciato a pretendere una più favorevole ripartizione del potere. L’effetto,
come si vede, è "squassante" e rischia di rovesciare un
"assetto" maturato nei secoli e certificato da un "accordo
costituzionale" che risale al 1946 ed è stato modificato, ma non certo
abolito, nel 1999.
Da questo punto di vista, il rapporto di "Hezbollah" con l’Iran
complica molto le cose. Lo sceicco Hassan Nasrallah, che pure ha fatto molto per
dare al "movimento" un tono più nazionale e meno religioso, non può
tagliare il "cordone ombelicale" con Teheran
che fornisce quattrini, armi, appoggi. Se non lo taglia, però, non può
qualificarsi come forza affidabile di governo nemmeno agli occhi di quei
libanesi (davvero non pochi) che riconoscono a "Hezbollah" il
"merito" di combattere
Israele. Alla fin fine, il problema odierno del
Libano sta tutto nelle "doglie" infinite degli "sciiti",
nella loro incapacità di proiettarsi, pur forse volendolo, fuori dall’ombra
di Teheran per giocare un ruolo nazionale e internazionale autonomo. Nello
sforzo senza esito di diventare "libanesi" senza "se" e
senza "ma". Così, mentre le altre comunità stanno attente a non
"incrinare" il sistema "confessionalista", che ancor oggi
assegna ai cristiani una "primazìa" da tempo scomparsa nei numeri, ma
decisiva per gli "equilibrii" del Paese, gli "sciiti" si
"torcono" nelle "convulsioni" del loro malessere e rischiano
di far cadere l’intera "impalcatura".