Diffuso il "rapporto triennale"

RITAGLI    "Bambini soldato":    MISSIONE AMICIZIA
la vergogna che non si spegne

Fulvio Scaglione
("Avvenire", 21/5/’08)

C’è molta, troppa differenza tra la fine della guerra e l’inizio della pace. Ecco la lezione più amara del "Rapporto globale 2008" pubblicato ieri dalla "Coalizione" per fermare l’impiego dei "bambini soldato", nata nel 1998 da un’iniziativa comune di varie "organizzazioni internazionali". Non la più evidente, ma la più amara sì. In primo piano, in questo che è il terzo "rapporto triennale" (copre il periodo 2004-2008) sulla situazione in 197 Paesi, c’è la disperante lentezza con cui in questo campo si riesce a ottenere qualche progresso. Certo, è calato il numero dei conflitti armati (da 27 nel 2004 a 17 alla fine del 2007) in cui sono costretti a combattere e a morire anche ragazzi con meno di 18 anni. Ma le buone notizie finiscono qui e anche queste sono dovute soprattutto al fatto che alcuni conflitti si sono esauriti più che all’impatto della "Campagna". E il dramma dei più giovani, obbligati spesso a diventare carnefici o vittime, continua senza fine.
Molto relativo anche l’impegno delle nazioni: sono ancora 86 i Paesi in cui i minori sono arruolati negli eserciti di Stato oppure reclutati con la forza da gruppi armati, bande di guerriglieri, organizzazioni terroristiche.
Myanmar, Yemen, Somalia, Sudan e Uganda i Paesi dove è stato più frequente l’impiego in battaglia di ragazzi inquadrati in reparti regolari; gli stessi con Iran, Filippine, Libia, Colombia e Perù, quelli dove i giovanissimi militano in gruppi ufficiali "paramilitari" o di appoggio alle "forze armate". In qualche caso sarebbe stato facile indovinare. Ma avreste detto che nella grande, civilissima India, il Paese all’avanguardia nelle tecnologie e rampante nell’economia, si usano i bambini come "spie"?
Migliaia di morti e feriti, decine di migliaia di ragazzi e ragazze ai quali l’esperienza della violenza, esercitata e subita, rovina la vita per sempre.
Il "Protocollo" della "Convenzione sui diritti del Ragazzo", il documento che in modo più chiaro e netto proibisce certe pratiche, è stato finora sottoscritto da 120 Paesi. Di questi, 80 Paesi, tra cui nell’ultimo triennio anche l’Italia, hanno portato a 18 anni l’età minima per l’arruolamento volontario nell’esercito. Ed è qui, a ben vedere, che dovremmo fare di più. Non possiamo aspettarci apertura mentale o dirittura morale da "predoni" armati di "kalashnikov" o terroristi pronti a far saltare in aria un mercato. Ma al "Protocollo" mancano ancora le firme di Paesi di enorme peso (anche demografico), come Russia e
Cina. Altre grandi nazioni, come Australia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna (che ha persino mandato alcuni soldati minorenni in Iraq) e "Usa", non hanno voluto portare a 18 anni l’età minima per l’arruolamento, mostrando così in qualche modo di considerare le esigenze dell’apparato bellico prioritarie rispetto ai diritti dei minori.
Per non parlare dei Paesi dove l’addestramento militare è parte integrante dei normali corsi scolastici: Russia, Cina, Venezuela, Emirati Arabi Uniti, Kirgizistan. Nella Corea del Nord del dittatore Kim Jong Il, gli studenti della scuola secondaria sono costretti a tre mesi l’anno di "training" bellico: studenti "part- time" perché soldati "part- time".
E in Russia le scuole riservate ai "cadetti" sono aperte ai ragazzi fin dai 12 anni d’età.
Dice la teoria che per avere la pace è saggio preparare la guerra. La pratica invece insegna che preparando la guerra si finisce prima o poi per averne una.