L’offensiva "Anti-Taleban"

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piegare i "signori dell’oppio"

Fulvio Scaglione
("Avvenire", 3/7/’09)

Barack Obama l’aveva promesso: più soldati in Afghanistan e più decisione nell’aggredire i "Santuari" dei "Talebani". Ma ora va preso atto con un pizzico di sorpresa della rapidità e della decisione con cui le truppe americane stanno dando l’assalto all’Helmand, la regione del Sud in cui la "guerriglia" ha tenuto per anni in scacco i reparti inglesi, arrivando al punto di installarvi un proprio "Governo-ombra" e di trasformare l’intera zona nella più vasta area coltivata a "papavero da oppio" del mondo.
Contro il caposaldo "talebano" stanno operando oltre 4mila "marine" (sugli 8.500 di stanza nell’area), 650 tra soldati e poliziotti afghani, 50 aerei e un vasto numero di elicotteri. I "portavoce" dell’esercito
"Usa" dicono che si tratta della più massiccia operazione "avio-trasportata" dai tempi del Vietnam, ed è comunque un anticipo di quanto potrebbe succedere anche altrove, in Afghanistan, a partire da fine anno, quando il "contingente americano" sarà portato, dai 32mila uomini attuali, ai 68mila auspicati.
Sarebbe però un errore valutare quanto avviene in queste ore solo tramite considerazioni numeriche. Il punto cruciale, la vera svolta, sta nella diversa strategia adottata dalla nuova "amministrazione americana", che possiamo riassumere in tre punti. Primo: riconoscere la centralità delle questioni legate alla coltivazione del "papavero". L’Helmand produce metà dell’
"oppio" afghano, che a sua volta alimenta il 90% del "traffico" mondiale. Un affare che procura centinaia di milioni di dollari a criminali, "signori della guerra", "capi clan" e "guerriglieri" che hanno come unico interesse politico comune quello di impedire la formazione di un solido "Governo centrale" del Paese. Secondo: non "inimicarsi" ma, al contrario, portare dalla propria parte i contadini. Come? Lo ha spiegato bene Richard Hollbrooke, "inviato speciale" americano in Afghanistan e Pakistan: "Le centinaia di milioni di dollari che abbiamo speso per sradicare i raccolti o irrorarli con ‘defolianti’ non hanno danneggiato i ‘Talebani’, anzi, li hanno aiutati a reclutare altra gente". Meglio dunque spendere per dare la caccia ai "trafficanti" e aiutare i contadini. Ma per farlo, e veniamo al terzo punto, bisogna controllare il territorio. Ecco perché un aspetto decisivo dell’"offensiva" in corso è quello di ripulire l’area per poi costituire "guarnigioni" e "avamposti" capaci di spezzare le linee di comunicazione degli insorti e, nello stesso tempo, costruire rapporti con le popolazioni locali. È una replica di quanto fece il Generale Petraeus in Iraq nel 2007 durante il cosiddetto "surge", quando gli "Usa" organizzarono circa 200 nuove basi sparse sul territorio, le stesse che ora consegnano agli iracheni, e strinsero l’alleanza con le milizie "sannite". Ed è proprio su questo che si misurerà la riuscita dell’attuale "offensiva".
In attesa che il campo emetta il suo "verdetto", è però possibile azzardare una prima conclusione. In Agosto gli afghani andranno a votare per confermare Ahmid Karzaj alla Presidenza o per scegliere il suo successore. Un impegno clamoroso come l’"operazione Khanjar" pare destinato a riportare la fiducia nelle sorti del Paese e anche, implicitamente, a confermare l’appoggio della "Casa Bianca" alla sua guida politica, negli ultimi tempi assai criticata e accusata di essere non si sa se più "corrotta" o "inefficiente". A meno che nei prossimi mesi riprenda forza l’idea di inserire un "plenipotenziario" americano nel "Governo" di
Kabul. Una mossa che sarebbe accusata di "colonialismo" ma non mancherebbe di un sano e realistico "pragmatismo".