Sottrarre ai terroristi il primato di movimento

PRECEDENTE    Stillicidio afghano.    SEGUENTE
Incrementare l'"intelligence"

Fulvio Scaglione
("Avvenire", 31/7/’07)

La vicenda dei 22 ostaggi coreani ancora prigionieri dei talebani è quasi un "paradigma" della difficoltà di missioni come quella della "Nato" in Afghanistan. Un sequestro di simili dimensioni segnala, evidentemente, che vaste porzioni del territorio afghano ancora sfuggono al controllo del governo centrale e delle forze internazionali che lo sostengono. Dello stesso segno è l'episodio che ha toccato una pattuglia del nostro contingente, attaccata a colpi di arma da fuoco (per fortuna senza vittime) da un gruppo di sconosciuti. È grave, a distanza di sei anni dalla liberazione del Paese è un brutto segno. Ma il punto non è questo.
Ciò che dovremmo analizzare è la duplice dimensione delle vicenda. Da un lato c'è il volto primitivo, tribale della vicenda. I 23 coreani, cooperanti e membri di una Chiesa presbiteriana, vengono trascinati via il 19 luglio mentre viaggiano nella provincia di Ghazni. Il 25 luglio il loro pastore viene assassinato, a chiaro scopo dimostrativo. Ieri l'uccisione di un altro ostaggio. Si badi bene al criterio della "selezione": prima si decapita il gruppo, gli si toglie brutalmente la guida anche morale. Poi lo si tiene a bada con lo "stillicidio" crudele delle vittime. Il principio dell'eliminazione mirata si ripete pochi giorni dopo su uno dei due ingegneri tedeschi, anche loro sequestrati: Ruediger D., malato di diabete e sovrappeso, viene assassinato perché non regge il ritmo delle marce e rallenta i rapitori. Anche nel caso di Daniele Mastrogiacomo, il giornalista di "Repubblica", era successo qualcosa di simile: l'italiano risparmiato, l'interprete e l'autista afghani, meno "preziosi", uccisi senza pietà. Questo ci porta all'altra dimensione dei sequestri afghani, quella "mediatica" e globale. Da questo punto di vista, i rapitori dei coreani stanno purtroppo centrando molti bersagli. Mettono in imbarazzo il governo di Kabul, che non vorrebbe trattare ma è costretto a farlo dalla spinta più o meno discreta dei Paesi stranieri che lo aiutano a stare in piedi. Scatenano l'ansia e il pessimismo nelle opinioni pubbliche dei Paesi impegnati in Afghanistan, oggi la Corea del Sud e la Germania, ieri l'Italia e la Francia. Perché la violenza contro i soldati è inaccettabile ma comprensibile, quella che colpisce i cooperanti disarmati è inaccettabile ma anche incomprensibile. Procurano alla guerriglia una "pubblicità" mondiale, la fanno sembrare più forte di quanto sia, e fanno comunque crescere la tentazione di abbandonare un'impresa che pare irrealizzabile. Innestano un effetto valanga poco controllabile finché gli innocenti sono prigionieri.
Benedetto XVI ha fatto un generoso appello per la loro liberazione, i rapitori hanno subito chiesto un analogo intervento a sostegno dei civili vittime dei bombardamenti "Nato". E ovviamente complicano il lavoro alle truppe sul terreno, incrementando l'imbarazzo del governo di Kabul e così via, in un circolo vizioso e pericoloso.
Se vogliamo uscirne dobbiamo intervenire sul perno che unisce le due dimensioni, quella tribale e quella "mediatica" globale. È impossibile che siano gli stessi a gestirle entrambe, che il predone che ammazza l'ostaggio malato sia anche quello che gestisce la risonanza mondiale del sequestro. Ancora una volta il problema non è la forza militare ma l'"intelligence", nel senso della conoscenza dei punti di forza dell'avversario ancor più che in quello dello spionaggio. Nel caso dell'Afghanistan, i troppi e troppo facili canali che permettono alle bande di trovare collaborazione in Pakistan.