I preti rapiti in Iraq. Poi Sudan, Indonesia, Nigeria
La persecuzione dei cristiani.
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Chi può intervenire, intervenga
Fulvio
Scaglione
("Avvenire",
16/10/’07)
Padre Pius Afas,
60 anni, e padre Mazen
Ishoa, 35 anni, sono
stati rapiti a Mosul. Nella stessa città, il 3 giugno, fu ucciso padre Ragheed
Ganni, cattolico caldeo. Un anno fa, fu rapito e poi decapitato un sacerdote
ortodosso. L’attuale vescovo cattolico di Mosul, monsignor Casmoussa, fu a sua
volta sequestrato e poi liberato nel gennaio del 2005. E Mosul è la culla del
cristianesimo iracheno, il cuore della regione più fittamente popolata dai
cristiani, soprattutto dopo che le continue intimidazioni e l’ininterrotta
violenza della capitale Baghdad li hanno spinti a un’emigrazione interna che
spesso è solo l’anticamera della fuga all’estero, verso la Siria o la
Giordania, e da lì in Occidente.
L’esempio di Mosul può ben dare la misura di quanto accade oggi ai cristiani
iracheni, che sono ormai a rischio di estinzione, essendosi ridotti a poche
decine di migliaia di persone da oltre 1 milione e mezzo che erano prima del
2003. Non a caso papa Benedetto
XVI ha già levato
due solenni e accorati appelli in loro favore: uno il 9 giugno (ricordando «le
critiche condizioni in cui si trovano le comunità cristiane in Iraq»), dopo
aver ricevuto George Bush in Vaticano, e l’altro ieri, ricordando padre Afas e
padre Ishoa durante l’"Angelus",
quando ha sottolineato che «continuano a giungere dall’Iraq gravi notizie di
attentati e violenze».
Il vero, drammatico e crudele paradosso, però, sta nel fatto che gli eventi
iracheni, a confronto con i tormenti inflitti a tanti cristiani sparsi nel
mondo, hanno una certa logica. Chi scrive intervistò monsignor Shlemon Warduni,
vescovo ausiliare di Baghdad, prima dell’attacco anglo-americano del 2003, e lo
udì esprimere con grande lucidità il timore che potesse poi succedere quanto
ora in effetti succede. In Iraq
è in corso da anni una duplice guerra: del terrorismo e della guerriglia contro
gli Usa e delle milizie della comunità sunnita contro quelle della comunità
sciita (e viceversa). Una comunità minuscola, disarmata e sola come quella
cristiana, anche a prescindere dall’abbozzo di "pulizia etnica" che
pure in molte aree del Paese viene realizzato ai suoi danni, rischia comunque di
finire a pezzi nello scontro di comunità e interessi assai più potenti e per
di più armati, finanziati e appoggiati dall’esterno.
Ma che dire del trentennale massacro dei cristiani del Sud Sudan, con almeno 2
milioni di vittime? Delle pressioni quasi insopportabili inflitte alle minoranze
cristiane in Indonesia, Bangladesh,
Pakistan (3 milioni su 160 milioni di abitanti), Nigeria (qui i cristiani sono
il 40% della popolazione), dove nel solo 2006, dopo la pubblicazione delle
vignette danesi su Maometto, furono uccisi 50 cristiani e decine di chiese
assaltate o distrutte? Dove la "sharia" viene agitata come un randello
nel Nord del Paese? Della totale chiusura religiosa dell’Arabia Saudita del
"wahabismo", che pure ha potuto edificare una grande e bella moschea
nel cuore di Roma, capitale cristiana del mondo? Tragedie in cui tanta parte
hanno il fanatismo, l’ignoranza, l’interpretazione ottusa dei testi sacri.
Ma in cui hanno un ruolo, e preciso, anche gli Stati e i Governi, nella migliore
delle ipotesi fin troppo disposti a umiliare la libertà di culto (e quindi i
diritti umani e civili) per conservare il potere.
È ora che questi Stati e questi Governi ricevano un richiamo pressante e deciso
da altri Stati e altri Governi: i nostri. Cioè dagli stessi a cui, molto
spesso, devono le proprie fortune e le proprie ricchezze.