Girard accusa:
cultura malata di "anoressia"
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Lucetta
Scaraffia
("Avvenire",
23/6/’09)
«Se i nostri antenati
potessero vedere i "cadaveri" gesticolanti che riempiono le pagine
delle nostre riviste di moda… se spiegassimo loro che quegli scheletri
"disarticolati" simboleggiano per noi il piacere, la felicità, il
lusso, il successo, probabilmente scapperebbero in preda al panico,
immaginandoci posseduti da un "demone" particolarmente cattivo»: con
queste parole René
Girard
conclude un piccolo ma importante libro («Anoressia e desiderio mimetico»,
"Lindau") dedicato alla malattia del nostro tempo, l’"anoressia",
che egli affronta – come è solito – con uno sguardo profondamente
originale.
La sua interpretazione dei "disturbi dell’alimentazione", infatti,
è profondamente legata alle trasformazioni storiche e sociali che ne fanno una
malattia rivelatrice della nostra civiltà, molto differente quindi dalle
interpretazioni correnti avanzate da psicologi e psicanalisti, che vedono nel
rifiuto del cibo un problema di "sessualità" o di "oppressione
famigliare". Anzi, al contrario, scrive Girard, le "anoressiche"
cercano di piacere dimagrendo, ed è la "disgregazione" della famiglia
(«abbiamo perso un meraviglioso e salutare "rituale" quotidiano, il
pasto in famiglia, senza dubbio la prevenzione più efficace contro la
"bulimia"»), piuttosto che la sua oppressione sul singolo, a spiegare
la malattia. Egli considera "anoressia"
e "bulimia"
come due facce dello stesso problema, «perché viviamo in un mondo in cui
mangiare troppo e non mangiare abbastanza costituiscono due modi opposti, ma
indisgiungibili, di reagire all’obbiettivo di "dimagrire" che domina
l’immaginario collettivo», tanto che, continua Girard, «ognuno di noi
oscilla per tutta la vita tra forme lievi di queste due "patologie"».
Queste due malattie si possono definire, come aveva scritto Dostoevskij,
delle «crudeli forme di "ascetismo" radicato nel
"nichilismo"», che derivano proprio dalla
"secolarizzazione", che ha prodotto – scrive Girard –
«innumerevoli "caricature" della religione». I "disturbi
alimentari" nascono invece dalla "competizione", dalla rivalità
incontrollata verso i nostri simili: «astenersi volontariamente da una cosa,
qualunque essa sia, è il miglior modo di dimostrare che si è superiori a essa
e nei confronti di coloro che la desiderano». La passione per la magrezza
inizia a fine ’800, con due modelli di eccezione: Elisabetta d’Austria,
Sissi, e l’imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III; dopo la "prima
guerra mondiale" questa passione ha coinvolto la "borghesia", e
dopo la "seconda" nel ricco Occidente si è propagata a tutte le
"classi sociali". È una sindrome collettiva che non può che giocare
al rilancio – le "star" degli "Anni ’30" ci sembrano
oggi "grassottelle" rispetto a Kate Moss – per cui il peso
considerato desiderabile per una ragazza è destinato a diminuire continuamente.
Girard vede il meccanismo che opera nelle "anomalie alimentari" agire anche nella
"cultura contemporanea", come nelle "arti", dove la gara è stata per
anni a chi era più "rivoluzionario" nell’eliminare tutti i
princìpi e tutte le pratiche tradizionali. Nella pittura si è abbandonata la
rappresentazione "realistica" della luce e dell’ombra, poi la
"prospettiva" tradizionale, le forme ben riconoscibili, e perfino il
colore. La poesia, da parte sua, ha rinunciato in primo luogo alla rima, poi a
tutti gli aspetti "metrici". Nella "prosa", si comincia
eliminando ogni contesto "realistico", poi la trama, quindi i
personaggi: «Tutti e tutte – scrive Girard – tendono verso lo stesso
"nulla" assoluto che li travolge in ogni ambito
"estetico"». Di "anoressia", in questo senso, siamo malati
tutti.