INTERVISTA

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dietro l’uso della religione»

Mira Kamdar, docente a New York e "analista" della "Cnn":
«I "terroristi" vogliono far saltare gli "accordi" tra New Delhi e Islamabad,
e aprire la strada al "radicalismo"».

Nello Scavo
("Avvenire", 6/12/’08)

«È stato l’"11 Settembre" indiano. Un attacco pianificato per innescare "reazioni a catena": mettere in ginocchio la capitale economica dell’India, "azzoppare" il "processo di pace" con il Pakistan e aprire un "fronte violento" per contrapporre le "frange nazionaliste" indiane a quelle del "fondamentalismo islamico"». Stavolta per Mira Kamdar (docente al "World Policy Institute" di New York, "analista" di "Cnn", "Bbc", "International Herald Tribune" e "Le Monde Diplomatique") non è facile parlare della sua terra d’origine. «Sono devastata dal dolore. Mia cugina e suo marito – racconta l’autrice di "Planet India", il "best seller" tradotto in una dozzina di lingue – stavano cenando nell’"Hotel Oberoi". Solo i loro due bambini di 12 e 10 anni si sono salvati».

Perché colpire al cuore della "nuova" India?

È stata una scelta di forte significato "simbolico" e di potente impatto sulla politica e l’economia di un Paese in rapido sviluppo. Non vi è alcun dubbio che nel centro del mirino i "terroristi" avessero obiettivi "multipli": Mumbai non è solo la "capitale finanziaria", ma un centro di sviluppo culturale e sociale. Vogliono distruggere l’immagine e le prospettive di un’India forte sui mercati internazionali e far regredire l’espansione del modello culturale indiano. Un modo per punire l’"élite" locale, spaventare i turisti e allontanare con la paura gli "investitori" esteri.

Che cosa accadrà adesso?

Le informazioni che abbiamo ci possono far ragionevolmente ipotizzare che i promotori della "strage" hanno fatto leva sulla crescente rabbia per la situazione in Kashmir e le "discriminazioni" che i musulmani subiscono in India. C’è un secondo elemento: la concreta ipotesi di un piano messo a punto per "sabotare" le difficili relazioni tra Pakistan e India e simultaneamente condizionare la vita politica interna dei due Paesi.

Con quali effetti?

Da una parte instaurare un clima di paura e contemporaneamente sbarrare la strada alla via della "riconciliazione" con il Pakistan, di conseguenza gettando quel Paese nell’instabilità a vantaggio degli "estremisti islamici".

Qual è il "messaggio chiave" degli attentatori?

Nella misura in cui gli stranieri sono stati presi di mira, colpendo i luoghi più noti alla comunità "imprenditoriale" internazionale, la minaccia è chiara: "In India nessuno può dirsi al sicuro".

Intanto non si ferma l’ondata di violenza "anti-cristiana". Dopo gli attentati, la convivenza "multi-religiosa" è ancora più a rischio?

Contro i cristiani c’è dietro una "strategia politica". Come per gli attacchi a Mumbai, la religione è solo un pretesto per obiettivi di potere. E in questo caso alcune forze politiche soffiano sul fuoco del "radicalismo indù" per eliminare i cristiani e i musulmani. Dopo l’"ecatombe" di Mumbai potrebbe scatenarsi una "caccia all’islamico", che invece deve essere scongiurata, poiché fomenterebbe la violenza tra "fondamentalismi" facendo il gioco di chi ha voluto le "stragi".