Sta per aprirsi la
"Norimberga" di Phnom Penh,
per giudicare il "genocidio" perpetrato dai "khmer rossi".
Ma pochi la vogliono: la "memoria" è stata cancellata assieme a
intere "generazioni",
e oggi i cambogiani sono i giovani educati alla verità di "regime".
In tutto il
Paese,
è quasi impossibile trovare insegnanti, medici o avvocati di una certa età.
Il 60% dei cambogiani non ha compiuto 20 anni,
e oltre un terzo della popolazione ne ha meno di 15.
Tutta l’attenzione è rivolta alla "crescita economica", spinta
dalla Cina,
che investe in massa per riguadagnare la sua storica "egemonia" in
tutta l’Indocina.
E intanto i poveri "affondano", condannati a un’agricoltura
"arcaica"
e tagliati fuori dalla "sanità pubblica".
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Da
Phnom Penh, Nello Scavo
("Avvenire",
1/2/’09)
Nel Paese dei "senza
nonni", la "Norimberga" che nessuno voleva aprirà il sipario il
17 Febbraio, a trent’anni esatti dalla fine del regime dei "khmer
rossi": quasi
due milioni di persone sterminate su una popolazione di sette milioni. Fino all’ultimo
i nemici giurati del processo al regime di Pol
Pot proveranno a far
saltare le udienze. Non vuole giustizia il Governo cambogiano, guidato dall’ex
"khmer rosso" Hun Sen e che nei palazzi del potere ha insediato molti
ex combattenti "maoisti". Ne farebbero a meno gli Stati Uniti, che
preferirebbero non saltassero fuori documenti imbarazzanti su come gli
"Usa" per un breve periodo sostennero i contadini
"comunisti" che promettevano guerra ai vietnamiti, con cui gli
americani avevano più di un conto in sospeso.
Storce il naso anche la Cina,
storica alleata dei "regimi rossi", e infine la Russia che sperava di
guidare a distanza il "Sud-Est Asiatico". Da anni stabilmente nelle
prime dieci posizioni per il livello di corruzione rilevato da organismi
internazionali indipendenti, le autorità locali tendono però a lasciar
correre. Una circolare riservata ordina che ogni caso di sospetta corruzione, di
"clientelismo" o appropriazione indebita di denaro e beni statali,
prima di venire reso pubblico deve essere "secretato" e sottoposto
alla verifica del Governo. Il silenzio è pressoché garantito. Ma la corruzione
prima che politica è ormai culturale. In trent’anni Phnom
Penh è molto
cambiata. Indugiando tra il "Palazzo Reale" e la "Pagoda d’Argento"
la città appare seducente e indecifrabile. Perfino i "colonizzatori
francesi", che alla capitale cambogiana diedero un impianto urbanistico
arioso e ordinato, rispettarono l’antica scala di valori evocata dall’armonia
architettonica: le punte dorate delle "pagode" dovevano svettare sopra
le palme e queste sopra le case. Non è più così. Non a Phnom Penh, dove il
mito del "cemento armato" fagocita quartieri ed espelle i miseri. Un’"evacuazione
di massa" come quella pianificata ed eseguita con la violenza dai
"khmer rossi", che obbligando i cambogiani a tornare tra la giungla e
le risaie volevano purificare la società dal contagio della modernità. Per
allontanare gli "straccioni" adesso basta invece far salire i prezzi
della terra e delle case, o far requisire poderi e spiagge abitate dai pescatori
per cederli ai "palazzinari" in giacca di lino e passaporto estero.
Dal momento in cui Pol Pot diede il via al "genocidio" dei suoi
connazionali, la Cambogia
è diventata un Paese di "orfani". Il destino dei più piccoli era
segnato: educati all’odio e istruiti al "sadismo", «perché essi
– si legge in uno delle migliaia di documenti del regime – non hanno ancora
la mente contaminata dalla memoria del passato. Con i bambini è più facile
iniziare dall’"Anno Zero"». In tutto il Paese è quasi impossibile
trovare insegnanti, medici o avvocati di una certa età. Il 60% dei cambogiani
non ha compiuto 20 anni e oltre un terzo della popolazione ne ha meno di 15. Gli
indicatori economici nonostante tutto mirano alto: l’inflazione non supera il
6% e l’economia corre al passo di un 10% all’anno. Merito soprattutto degli
investimenti internazionali. Con i proprietari dell’"oro nero"
sempre alla ricerca di lande nuove da conquistare. Specialmente adesso che sulla
produzione agricola è in corso una colossale speculazione. Il Kuwait investirà
nelle risaie cambogiane 200 milioni di euro, il Qatar 546 milioni. Intanto i
prezzi degli alimenti di base sono raddoppiati. Il riso ha toccato i cinquemila
"riel" il chilo (quasi 80 centesimi di euro) condannando alla fame
cinque milioni di persone: un terzo degli attuali 15 milioni di abitanti vive
con meno di mezzo euro al giorno. La Cina donerà quest’anno 257 milioni di
dollari «a fondo perduto». Quella giocata da Pechino
è però una partita su larga scala. Vietnam,
Laos
e Thailandia
sono già dipendenti dall’economia cinese, mancava solo Phnom Penh a
ricomporre lo "scacchiere" dell’Indocina.
La "cinesizzazione" è ad ampio raggio: nel giorno in cui è stata
annunciata la nuova "donazione", la radio cambogiana ha trasmesso per
18 ore filate programmi confezionati dalle emittenti cinesi in lingua
"khmer", quella maggiormente parlata in Cambogia, di fatto appaltando
a Pechino l’informazione e l’intrattenimento. Un esperimento di
inculturazione che viene periodicamente replicato. Oggi come trent’anni fa la
rabbia cova.
I partiti al Governo provano a convogliarla dentro a un "revanscismo
nazionalista" che a turno prende di mira vietnamiti e thailandesi. Un
risentimento che ti viene incontro affondando i passi nel fango delle periferie,
lungo gli argini "limacciosi" del largo e torbido Mekong e tra le
palafitte "sbilenche" dove abitano i "senza niente". È qui
che la più bella delle tre capitali indocinesi si svela come un luogo dal
rancore sopito.
Ci sono i coltivatori di spinaci d’acqua, torturati dai
"reumatismi": dall’alba
a sera lavorano immersi a schiena bassa e gambe nude. E le loro mogli,
rassegnate a veder morire i bambini ammalati perché l’assistenza sanitaria
non è gratuita e le medicine restano inaccessibili. In fondo i "khmer
rossi" non se ne sono mai andati davvero. Quando nell’Aprile del 1975 lo
spietato Pol Pot prese Phnom Penh, il Primo Ministro Long Boret lo attese quasi
trionfante. Appena i guerriglieri dalla sciarpa "a piccoli quadretti bianchi e
rossi" entrarono nel suo ufficio, si racconta che Boret li accolse con un largo
sorriso: «La guerra è finita», sospirò. Poco dopo la sua testa rotolava sul
marciapiede. Da allora i "khmer rossi" non hanno più lasciato i posti
che contano, pronti a "sbianchettare" il "pedigree" e
riproporsi in veste appena più democratica. Nel Paese degli "orfani"
la memoria è corta. E se dal 17 Febbraio non verrà finalmente fatta giustizia,
Pol Pot avrà vinto da morto, perché davvero le menti non saranno «contaminate
dalla memoria del passato».
IL "GIALLO"
Ma Pol Pot è stato ucciso?
Di certo c’è solo che è
morto. Ma nessuno sa davvero se Pol
Pot sia deceduto per
cause naturali o sia stato eliminato da un suo "fedelissimo" perché
diventato scomodo. Ad alcuni giornalisti il cadavere del dittatore fu mostrato
il 15 Aprile 1998, il "fratello numero 1" aveva 73 anni. La salma era
distesa su un "pagliericcio" in una capanna di frasche, nella giungla
cambogiana al confine con la Thailandia, dove si nascondevano alcune centinaia
di irriducibili "khmer
rossi". Molti
sospettano che Pol Pot, vecchio e malato, fosse diventato ingombrante per la
causa rivoluzionaria. Ad ucciderlo, secondo alcune fonti, potrebbe essere stato
Ta Mok, il "fratello numero 5", che l’anno precedente lo aveva
"defenestrato" costringendolo agli «arresti domiciliari a vita».
Durante la grande fuga nella foresta, Ta Mok, temendo che Pol Pot potesse
consegnarsi o cadere nelle mani dei "governativi", lo fece portare con
sé, fino a quando non fu fatto trovare senza vita. Allora i "khmer
rossi" dissero che il loro "leader" fu stroncato da un attacco
cardiaco, ma gli irriducibili "contadini-rivoluzionari" decisero di
farlo cremare impedendo che si potesse svolgere un’autopsia. Ta Mok fu
arrestato qualche tempo dopo, ma è morto nel 2006, prima che il processo ai
crimini del regime potesse cominciare.