DA KOMPONG CHHNANG, P. FRANCO LEGNANI

Cambogia: una presenza "Pime" tra la «gente delle barche»

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"Vietnamiti" di origine ma nati in Cambogia,
non hanno letteralmente una "terra" su cui vivere.
E allora "sopravvivono" sull’acqua…

Barche che fan da casa, a Kompong Chhnang... Al lavoro, nel tranquillo movimento sull'acqua! P. FRANCO LEGNANI, Missionario del Pime in Cambogia... STEFANIA AGATEA, Missionaria Laica, con un'amica cambogiana! Navigando lungo il fiume, tra le case dei pescatori!

Nello Scavo
("Mondo e Missione", Aprile 2009)

«Quando sono arrivato in Cambogia desideravo lavorare in posti dove i fedeli erano pochissimi. Volevo ricominciare dai cristiani decimati dalla persecuzione dei "khmer rossi"». Un po' come radunare il "gregge" disperso dai lupi. Padre Franco per sei anni ha percorso strade "sterrate", argini "limacciosi" e risaie insalubri per ritrovare i pochi credenti sopravvissuti all'"Anno Zero" di Pol Pot. Ora a Kompong Koo sono sette le piccole "comunità" ricostituite grazie al lavoro del "Pime". E adesso che il "piccolo gregge" è tornato a pregare insieme, Padre Franco Legnani ha raggiunto una nuova destinazione: Kompong Chhnang, tra i poverissimi che vivono sulle "case-barca".
Poche parole bastano per descrivere la grande miseria: «Vivono di pesca – racconta Padre Legnani – , "manovalanza" e basta. Vivono nell'instabilità, sono cittadini di nessuno». Soprattutto sono cittadini che nessuno vuole. Hanno origini vietnamite, ma né Hanoi né le autorità di
Phnom Penh li riconoscono. «Uno di loro, qualche giorno fa, diceva sconfortato: Padre Franco, non ho il "diritto di voto" in Cambogia perché non sono cambogiano, ma non posso votare neanche in Vietnam perché non sono nato lì e non vengo considerato vietnamita».
In una parola: "apolidi".
In fondo la scelta di vivere a bordo di "sbilenche" piroghe per la pesca è obbligata. È un modo per stare alla larga dai pericoli della "terraferma", o forse perché, almeno sul lago Tonle Sap, la loro presenza non viene percepita come un fastidio dai cambogiani di città.
I vietnamiti arrivarono qui durante la guerra con gli Stati Uniti. Da allora non sono più rientrati, anche perché la maggior parte di loro è nata in Cambogia. Sono "immigrati" di seconda e terza generazione.
Cambogiani e vietnamiti non si sono mai amati e a distanza di decenni si rinfacciano conflitti e sventure. Il «popolo galleggiante» vive talmente isolato dal resto della popolazione che praticamente nessuno è riuscito ad imparare la "lingua khmer", quella cambogiana. «Così i loro figli fanno fatica ad integrarsi perché il primo ostacolo – osserva Padre Legnani – prima ancora di essere "etnico" è di comunicazione».
Un "muro" dentro al quale gli operatori dell'"organizzazione non governativa" "New Humanity" stanno facendo breccia. «Abbiamo conosciuto una zona, alcuni villaggi del Distretto di Boribor nella provincia di Kompong Chhnang – racconta la
"Missionaria Laica" Stefania Agatea. Lì, abbiamo incontrato persone molto povere e ascoltando e vedendo la loro condizione, abbiamo intuito alcuni problemi seri per la loro vita». A cominciare dalla salute. Stefania sa che le giornate dentro ai "tuguri" a pelo d'acqua sono tutt'altro che salubri. Vivere su zattere lunghe due metri, protette da un tetto basso coperto di foglie e lamiera, alla lunga compromette la "postura". «Ci sono donne anziane – spiega Padre Legnani – che non sono più in grado di camminare». Le ossa con gli anni s'incurvano, i tendini perdono di elasticità fino a far diventare impossibile lo starsene ben dritti.
Il «popolo delle barche» al mercato lo riconosci subito. Sembra che avanzino a tentoni, con la testa bassa, i passi piccoli e le braccia che ondeggiano. Le "malformazioni scheletriche" diventano difficili da curare, soprattutto perché alle minuscole "case galleggianti" non c'è alternativa.
Neanche tra le "baracche" delle "periferie" si sta poi tanto meglio. «Come in tante altre attività abbiamo avuto fatiche, sofferenze, delusioni, sconfitte, ma anche gesti e iniziative con risultati positivi. Per esempio – ricorda Stefania – una bambina "disabile" che inizia a camminare, qualche malato ora recuperato alla salute».

Il «popolo delle barche» si sveglia all'alba. Ed ogni mattina più di cento ragazzi approdano nei pressi della Chiesa dove viene offerto un piatto di pesce, carne e riso. «Abbiamo cercato di creare uno stile di "fraternità" tra "vocazioni" differenti – spiega ancora Agatea – , uno stile di ospitalità, di vita comune, che comprende anche l'aspetto della preghiera vissuta, alcuni momenti personalmente, altri insieme». È lo stile insegnato da Padre Mariano Ponzinibbi, pioniere della "missionarietà" tra questi luoghi lontani e bisognosi di cuori grandi e mani operose. Padre Mariano si è spento poco più di un anno fa, ma è come se avesse indicato la via. «Un Prete, le "Missionarie Laiche", una famiglia, delle "Suore dell'Immacolata" (lo "staff" nel tempo del lavoro); è un'opportunità – chiarisce ancora Stefania – per capire la presenza della Chiesa anche a Kompong Chhnang come capacità di indicare che la "fraternità" è possibile, che la "diversità" resta dono, impegnativo certo, ma capace di essere segno di "benedizione" e di speranza per gli altri».
Tocca adesso a Padre Franco Legnani proseguire lungo questa rotta. «Perché un giorno vietnamiti e cambogiani possano convivere pacificamente – osserva il Missionario – serve innanzitutto che comincino a parlare la stessa lingua». Per i figli del Tonle Sap «accedere all'istruzione è difficile, non solo perché non parlano il "khmer", ma perché per i genitori un bambino a scuola vuol dire una fonte di reddito in meno e la maggior parte non può permetterselo». Nonostante questo, oggi una "Suora dell'Immacolata" è riuscita a portare sui banchi circa 140 bambini tra i 6 e i 13 anni. Imparano a scrivere, a leggere, a far di conto, e a mano a mano cominciano a parlare cambogiano. «La mia priorità è conoscere la gente, le famiglie cristiane ma soprattutto – è la speranza di Padre Franco – quelle non cristiane. Noi del resto offriamo l'istruzione a tutti, senza differenze religiose o "etniche", perché ciò che desideriamo è che un giorno questi bambini possano finalmente frequentare le "scuole statali"». Per adesso Padre Legnani non ha intenzione di acquistare una barca. «Mi faccio portare dai ragazzi lungo il lago per incontrare le famiglie, i giovani e i molti anziani che vivono soli».
Tra le attività messe in campo vi sono gli aiuti agli ammalati, sia a coloro che vivono sulle "zattere" che gli altri sulla "terraferma". Ci sono poi alcuni "progetti" per la riparazione delle barche, specialmente quelle dei vecchi che sono le più "malmesse".
I giovani, in maggioranza, lavorano nella pesca o come "manovali". Si comincia al sorgere del sole e poi avanti ininterrottamente fino a quando non si fa buio pesto. Sette giorni su sette, senza pausa. «Perciò è difficile che tutti vengano a Messa; chi lavora praticamente non ha tempo per fare altro». Il "pescato" viene generalmente acquistato da "grossisti", che ai "barcaioli" non lasciano che pochi "spiccioli". Quanto basta per acquistare del carburante e il necessario per riparare le reti.
Intorno a queste attività c'è però chi da anni si arricchisce. L'episodio più clamoroso è dello scorso 24 Gennaio, due giorni prima del "capodanno vietnamita-cinese". Circa 200 poliziotti hanno risalito il Tonle Sap da Phnom Penh su potenti "motoscafi", piombando all'improvviso sul "villaggio galleggiante". Decine di barche sono state sequestrate e portate sulla riva di Kompong Chhnang, imprigionando poi i pescatori. L'accusa: uso non consentito di reti a "strascico". L'operazione è stata condotta nell'area da Kompong Chhnang a Kompong Lueng, nella parte Sud del lago. Per poter gettare le reti i pescatori pagano 18 milioni di "riel", l'equivalente di 4.400 dollari, alla "polizia fluviale" di Kompong Chhnang. Dietro all'intervento dei militari arrivati dalla capitale, ci sarebbe però il sospetto di una "corruzione" su vasta scala. La "polizia fluviale", pur conoscendo le irregolarità dei mezzi di pesca, chiude un occhio perché senza le reti a "strascico" sarebbe difficile per i pescatori guadagnare il necessario per pagare la costosa «concessione» che autorizza la pesca da Gennaio a Giugno. La polizia di Phnom Penh è arrivata senza avvertire le autorità di Kompong Chhnang proprio perché non si fida dei colleghi "corrotti". Il risultato, però, è che a pagare sono solo i vietnamiti. Gli agenti locali hanno infatti scaricato le colpe interamente sul «popolo delle barche», lasciando in carcere solo i poveri pescatori e i proprietari delle "piroghe". Alcuni tra questi ultimi sarebbero ancora in prigione, ma di loro non si riesce ad avere alcuna notizia.
Il contesto dentro a cui devono agire i Missionari del "Pime" e lo "staff" di "New Humanity" non è, come si capisce, dei più sereni. Padre Franco non dimentica di essere, prima di tutto, un "evangelizzatore". Perciò il suo prossimo impegno è la costituzione di un "consiglio pastorale" a cui affidare le "liturgie", l'ascolto dei bisogni e le attività di "catechesi". «Certo che facciamo il "catechismo" – sorride il Missionario – . Abbiamo iniziato con otto bambini figli di cristiani, e ho chiesto agli adulti di partecipare per un anno all'organizzazione delle "liturgie", alla promozione della "catechesi" dei ragazzi, a portare il "messaggio cristiano" ad ammalati e anziani. La strada da fare è lunga, perciò il nostro è un cammino che si precisa e si definisce mano a mano che procediamo».

Il "cuore pulsante" di questa "comunità" è la Chiesa di San Pietro. E non c'è da sorprendersi se il «popolo delle barche» si reca a pregare sul terrazzo di un teatro degli "Anni Trenta". «È lì che si trova l'edificio di "culto", uno spazio – rammenta Padre Legnani – che era stato preso in affitto nel 1992. Nel 2003 ci era venuta a vivere una "religiosa" della "Divina Provvidenza". Suor Regina stava fuori tutto il giorno, poi dalle 4 del pomeriggio fino al mattino successivo si rinchiudeva nella "baracca" sul terrazzo, perché fuori era pieno di "sbandati" e "balordi"».
Finalmente un gruppo di "adolescenti" tra i 13 e i 18 anni è tornato a frequentare «la terrazza». Padre Franco è contento. Per quei ragazzi, abituati a osservare la città dalle "piroghe", la vista dall'alto offre una prospettiva nuova. E non è solo una questione di "panorama"...