Un fiume di
"petrodollari" portati dagli sceicchi arabi,
"semaforo verde" del governo alle trivellazioni petrolifere.
Ma uno su due non ha accesso all’elettricità né all’acqua potabile.
Viaggio nelle contraddizioni di una democrazia in "salsa" indocinese.
Le due facce della Cambogia:
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promesse di benessere in un mare di povertà
L’esecutivo, che è al potere da 23 anni, ha dato via libera alle "multinazionali".
Dal
nostro inviato a Phnom Penh, Nello Scavo
("Avvenire",
24/8/’08)
Appollaiato dentro la palafitta
di bambù e foglie, Nol guarda di sotto l’acqua che continua a salire. «Ogni
anno la corrente si porta via qualcuno», dice il ragazzo. Come le altre
migliaia di baraccati, Nol non sa dell’altro fiume, quello dei
"petrodollari" dei nuovi "conquistadores" arabi.
Su Phnom
Penh cala un tramonto
bugiardo. In periferia il monsone del pomeriggio fa tracimare le onde torbide
del Mekong e non si capisce più dove sta il fiume e dove la latrina. Lungo i
viali del centro, insegne colorate e intermittenti illuminano quartieri caotici
dove i figli dei pochi (ma molto) ricchi passeggiano nei giardini esotici
avviandosi a bordo di costosi "fuoristrada" verso i nuovi templi: gli
affollati centri commerciali. Intanto nei dintorni della capitale almeno 150mila
persone attendono le ruspe. A migliaia negli ultimi anni sono stati fatti
sgomberare per cedere il passo alla speculazione immobiliare travestita da un
"progresso" che ultimamente indossa i panni dei petrolieri in tunica
bianca. Gli emiri dei deserti stanno riversando montagne di dollari nelle
fertili terre indocinesi. Il Kuwait investirà 200 milioni di euro, il Qatar
addirittura 546 milioni, contendendo a Pechino il primato di Paese
"partner" della Cambogia. Merito di Hun Sen, appena riconfermato
"premier".
Tredici "multinazionali", tra cui l’americana "Chevron",
sono state autorizzate dal governo di Phnom Penh a trivellare dove vogliono.
«Entro il 2012 – ha promesso il Primo Ministro – anche la Cambogia
sarà un paese produttore di "idrocarburi"». A rimetterci sono i
soliti. Come a Chong Chruoy, il villaggio sul fiume Tonle Sap demolito dalle
forze di sicurezza per fare posto ai «nuovi progetti di sviluppo». Le 132
famiglie di pescatori «sono state "reinsediate" con la forza – è
la denuncia di "Amnesty International" – a circa 25 chilometri, nell’interno».
Svay Sokha, operaio di 24 anni, è invece certo «che il futuro sarà sempre
migliore, il benessere arriverà a tutti». Lui guadagna 70 dollari al mese, ed
anche se non sa cos’è un materasso, da quando ha un lavoro fisso non deve
più "saltare" i pasti. Svay è uno dei 350mila salariati nelle
industrie tessili della capitale. Migliaia di operai e pochi sindacalisti.
Quelli scomodi, di solito, finiscono male. Perciò non sapremo mai se davvero
Thyda, mamma di tre bambini, sia stata picchiata e data alle fiamme da
sconosciuti perché, come asseriscono a bassa voce nel suo villaggio di palme e
tamarindi, aveva chiesto al padrone una paga meno indecente. L’anno scorso a
cadere sotto i colpi di un "killer" era stato Hy Vuthy,
"leader" del "Libero sindacato dei lavoratori" ("Ftu"),
ultimo di una serie di tre sindacalisti misteriosamente eliminati. È il frutto
della democrazia in "salsa" indocinese. Nella capitale, appena di là
dell’ultima strada asfaltata, la riva limacciosa e il fango puzzolente
annunciano la miseria più nera. Un biglietto da visita da tenere ben nascosto
in una "città-cantiere" che si prepara a festeggiare il nuovo
lussuoso grattacielo di 42 piani: un milione di dollari ad appartamento, tutti
già venduti ad acquirenti locali. Ma metà dei 14 milioni di abitanti non ha
accesso all’elettricità né all’acqua potabile, l’80% non sa cosa sono i
servizi igienici e quasi cinque milioni di persone devono riempirsi la pancia
con meno di mezzo euro al giorno.
La Cambogia resta uno dei Paesi asiatici più poveri. È bastato che il prezzo
del riso cominciasse a salire fino a 5mila "riel" il chilo (quasi 80
centesimi di euro) perché nei villaggi, come ai tempi della
"mattanza" di Pol
Pot, i cani sparissero
dai cortili per riapparire sui bracieri all’ora di cena. Scene non nuove in
una nazione dove ogni anno 30mila bimbi muoiono per malattie curabili e la
speranza di vita non arriva a 60 anni.
La politica sanitaria non era però tra i punti forti dei programmi elettorali.
Alla vigilia delle elezioni del 7 luglio scorso il governo uscente, al potere da
23 anni, semmai ha rifatto il "trucco" alle poche strade
"extraurbane" praticabili. «Fino a qualche anno fa per andare da
Phnon Penh alla provincia di Siem Reap – osserva Sann, autista di un vecchio
"bus" di linea – ci voleva un giorno, adesso bastano sei ore». Poco
meno di 300 chilometri attraversando villaggi remoti, mercati rurali, l’infinita
pianura di risaie fino alla magnifica visione dei templi di Angkor Wat. Sarà la
millenaria cultura o forse l’anagrafe, ma il contagioso "sorriso
khmer" è indice di un ottimismo a volte inspiegabile. Il 60% dei
cambogiani non ha compiuto 20 anni e oltre un terzo della popolazione ne ha meno
di 15. Gli indicatori economici nonostante tutto cominciano a puntare in alto: l’inflazione
non supera il 6% e l’economia cresce al passo di un 10% all’anno.
Tra il "Palazzo Reale" e la "Pagoda d’argento", sempre
più spesso a Phnom Penh si vedono i guidatori di "tuk tuk"
accompagnare sui "tricicli" a motore viaggiatori occidentali incantati
dall’atmosfera esotica e squallidi europei di mezza età in cerca di
giovanissime amanti a prezzi modici. «Il turismo è in crescita, solo nella
capitale è aumentato del 50% in un anno», assicura Chheuy Sophors,
amministratore delegato della "Nuova Cambodia Tour". «Tutti questi
fattori insieme al crescente consenso della comunità internazionale – prevede
– aprono a prospettive nuove». Chheuy, poco più che trentenne, ha studiato
all’Università, è stato educato al buddhismo, ma non è quel che si dice un
praticante. L’uomo che più di tutti incarna la difficile coesistenza tra
modernità e memoria è il Primo Ministro Hun Sen. Prima "khmer
rosso", poi combattente "anti-Pol Pot", il "leader"
57enne è al potere dal 1985. Il suo "Partito del Popolo" alle
elezioni del 7 luglio ha superato il 70% dei consensi. L’opposizione lo accusa
di fondare la sua forza sulla corruzione e l’intimidazione. Perfino i prudenti
osservatori elettorali europei hanno segnalato numerose «anomalie» nel voto. A
difendere la tradizione sono rimasti solo i monaci. All’ombra dei Buddha
mettono in guardia «dallo sfidare il destino, altrimenti non si può sperare in
una sorte migliore nella prossima vita». Difficile da conciliare con il nuovo
credo del "tutto e subito" innaffiato dal sogno dell’"oro
nero".
IL PROCESSO
Contro i
«macellai rossi»
un "tribunale internazionale"
Dopo lunghe trattative solo quest’anno
il processo ai capi dei "Khmer
Rossi" per
crimini contro l’umanità e genocidio è entrato nel vivo.
Davanti al tribunale patrocinato dall’"Onu" sono imputati, oltre a
Nuon Chea, il "fratello numero due" del regime di Pol Pot, anche l’ex
Presidente Khieu Samphan, l’ex Ministro degli Esteri Ieng Sary e sua moglie,
Ieng Thirith, nonché Kaing Guek Eav, detto "Douch", che dirigeva il
famigerato centro di detenzione e tortura "S-21" a Phnom Penh. Di
tanto in tanto vengono arrestati altri esponenti del "regime", che poi
hanno cambiato vita e magari fanno gli allevatori o i contadini. La creazione
del "tribunale internazionale" è stata ostacolata anche dalle
istituzioni cambogiane. Sono infatti molti gli ex "khmer rossi"
riciclatisi in politica e negli apparati pubblici. Lo stesso Primo Ministro Hun
Sen fu un soldato di Pol Pot.
Sotto il terrore del vertice "maoista" integralista si ritiene che
siano morte quasi due milioni di persone, massacrate in "eccidi" di
massa (i cosiddetti "killing fields") o decedute sotto tortura o per
stenti, prima che un’invasione del vicino Vietnam vi ponesse fine nel 1979. Il
capo del "regime", Pol Pot, morì per cause naturali nel 1998. Viveva
nella giungla cambogiana, ma non fu mai arrestato.