L’incubo dei
"bambini-carnefici"
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Thyep
combatteva con la sciarpa dei "Khmer Rossi",
Hoeung andava controvoglia alle scuole di "Partito" col fucile in
spalla.
Dal
nostro inviato a Phnom Penh, Nello Scavo
("Avvenire",
24/8/’08)
Mentre Thyep a 14 anni
combatteva indossando la sciarpa dei "Khmer
Rossi",
il piccolo Hoeung a quattro anni andava controvoglia alle scuole del
"Partito" con il fucile in spalla. Hoeung odiava fin da bambino quelli
come Thyeup, che seminavano terrore eliminando chiunque la pensasse
diversamente. Uno sterminio su cui trent’anni dopo si è aperto un processo.
Hoeung e Thyeup, entrambi di sangue "khmer", hanno finito per odiarsi.
L’uno con la divisa del "Partito comunista della Cambogia", l’altro
tentando di non piegarsi al "lavaggio del cervello" imposto dalla
dittatura. L’odio però ha perso. Li abbiamo trovati entrambi al servizio di
una scuola elementare tra le risaie e la giungla, nel nord del Paese. «Credevo
nei "Khmer Rossi", ero un ragazzo, ed andai a combattere giù al
confine con il Vietnam». Sorride amaro Thyep, che porta i suoi cinquant’anni
sapendo che per un maschio la speranza di vita è in media di 57 anni. Della sua
giovinezza parla come di un’epoca remota. Troppo grande quella crudeltà per
pensare di avervi preso parte. Hoeung, che di anni ne ha 40, racconta di quel
tempo e non sorride mai. «Quando qualcuno di noi bambini disobbediva, o magari
ci rifiutavamo di spiare i nostri genitori, i compagni più grandi ricevevano l’ordine
di punirci». Chi si tirava indietro faceva la stessa fine. «Ci portavano lungo
il fiume, distesi in terra e massacrati di botte davanti a tutti», ricorda
Houeng. Thyeup annuisce. Calci, pugni, bastonate, capelli strappati e molto
peggio. «Poi si veniva legati e imprigionati dentro a un "sacco".
Infine uno alla volta i "sacchi" venivano gettati in acqua». Il resto
lo facevano la corrente o i coccodrilli. È capitato anche ad Hoeung di essere
punito, «ero piccolo, mi massacrarono ma non mi uccisero». Nella conta dei
quasi due milioni di morti ci sono anche questi innocenti strappati alle
famiglie e inghiottiti da una pagina di "Storia" venuta male. All’inizio
degli anni ’70 la Cambogia
contava quasi sette milioni di persone. Nel 1976, quando i "khmer
rossi" furono sconfitti, di abitanti ne furono censiti meno di cinque
milioni. Un "genocidio" ben più grave, in proporzione, di quelli
perpetrati da Hitler e Stalin.
«Mi ricordo dell’unica volta in cui vidi Pol
Pot. Venne a
trovarci lì, sul confine». A Thyep parve di incontrare il "profeta"
del riscatto sociale, del ritrovato orgoglio "khmer" dopo i decenni di
colonizzazione francese e la frustrazione di una indipendenza che non portò il
benessere. Adesso per lui proferire il nome di Pol Pot è come parlare di una
maledizione che ha illuso una generazione spazzandone via un’altra. Quarant’anni
dopo i due ex nemici hanno un sogno in comune. Non per sé, ma per i figli:
«Speriamo per loro in una istruzione adeguata e una buona educazione. Se le
avessimo avute anche noi, forse non ci saremmo fatti mettere gli uni contro gli
altri».