LIBERTÀ RELIGIOSA

A gennaio, in un "sobborgo" di Phnom Penh,
inaugurata la prima Chiesa
costruita dal tempo della "rivoluzione comunista".
Si moltiplicano le "opere di carità".

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la Croce e la "rinascita"

Un «piccolo gregge» di duecentomila persone,
che fa i conti con sospetti e "discriminazioni".
Ma è anche capace di una testimonianza coraggiosa e "feconda".
Che lascia il "segno".

Famiglia cambogiana in un villaggio sul Lago Giapponese, alla periferia di Phnom Penh. CAMBOGIA: cartina e qualche notizia... Dedicazione della Chiesa del Bambin Gesù, a Phnom Penh. Santa Messa celebrata nella missione del Pime, a Kompong Thom.

Dal nostro inviato a Phnom Penh, Nello Scavo
("Avvenire", 11/9/’08)

Le urla del "piccolo gregge" si sentono ancora. «Volevano attaccarci di notte. Non sappiamo in quanti erano. La nostra gente ha paura». Veha, il sagrestano, non chiude occhio da giorni. La piccola comunità vive confinata su un’isola. Accerchiati dal grande fiume, minacciati dai nazionalisti "khmer", lo sparuto gruppo di "apolidi" è doppiamente colpevole: «Discendiamo da immigrati dal Vietnam, e crediamo in Cristo». Troppo per un Paese che vuole dimenticare i "massacri" di Pol Pot, ma non riesce a disperdere l’antico odio "anti-vietnamita".
Per i cristiani di
Cambogia, il passato non è ancora un tempo lontano. Il "piccolo gregge", meno di duecentomila anime, non sempre è visto di buon occhio. Anche se appartenenti all’etnia "khmer" (quella maggioritaria) non essere buddhisti è segno di una "diversità" malvista. Pregiudizi difficili da scalfire. Nell’opinione pubblica regge ancora la doppia equazione: «Cristiano uguale vietnamita, vietnamita uguale traditore». A capire i motivi di questo astio c’è da farsi venire il mal di testa. Secoli di guerre, gelosie, "campanilismi", fino alla cacciata dei "guerriglieri" di Pol Pot, tallonati dall’esercito del Vietnam che si faceva spianare la strada dai "bombardieri" americani.
Dal ’72 al ’76 il "fanatismo maoista’ dei "khmer rossi" portò alla distruzione di ogni Chiesa. L’imponente Cattedrale di
Phnom Penh fu polverizzata, i credenti decimati. Lacrime e preghiere sono però cadute su una terra ancora fertile di speranze. A gennaio in un "sobborgo" della capitale è stata inaugurata la "Chiesa del Bambin Gesù", «la prima aperta nella capitale dal tempo della "rivoluzione comunista"», dice il Parroco Mario Ghezzi. «La comunità di cui sono responsabile dal settembre 2004 – racconta il giovane Missionario del "Pime" – è nata grazie a sei famiglie cattoliche che, rientrate dai "campi profughi" thailandesi, hanno iniziato a ritrovarsi la domenica per pregare».
Ha tenuto duro il "piccolo gregge". E poco alla volta i cattolici vengono allo scoperto. Sono numerose le strutture che si prendono cura di malati e sofferenti, come l’Ospedale pediatrico di Takeo, sostenuto dal "Bambin Gesù" di Roma; quello delle "Figlie della Carità di San Vincenzo De Paoli"; l’Orfanotrofio delle "Missionarie della Carità"; il progetto per i malati di "Aids" dei "Missionari laici di Maryknoll"; le opere assistenziali della "Caritas Cambogia"; la nuova "Casa della Pace" delle Suore "Serve del Cuore Immacolato di Gesù" a Kompong Thom e le proficue attività per l’educazione e il recupero dei ragazzi difficili promosse dai Missionari del "Pime". Come una carezza, quello che soffia è un vento di speranza che conforta quanti la fede devono conservarla a denti stretti. All’alba, dopo la traversata sulla vecchia zattera di legno "cariato", il villaggio sull’isolotto appare tranquillo. Dei "tafferugli" di qualche ora prima rimane solo la faccia "stralunata" di chi ha atteso le prime luci facendo da "vedetta". «Alla fine i "khmer" se ne sono andati via, ma avevano cattive intenzioni e bastoni dietro la schiena», raccontano i ragazzi che a turno perlustrano il perimetro di sabbia rossa e giunchi. «Non ci vogliono più qui. Però ci dicano dove andare». La "mitica" Saigon non è poi così vicina. «Noi parliamo la lingua "khmer", siamo nati in Cambogia, è qui che lavoriamo ed è questa la nostra terra. Il Vietnam è il posto dove sono nati i nostri nonni, non noi, perché non vogliono capirlo?». Veha ascolta, e smessi i panni del sagrestano indossa quelli da "capo-villaggio": «Non scrivete il nome della nostra isola – implora – , le autorità ce la farebbero pagare». Il mucchio di "palafitte" e baracche costruite su zattere è abitato soprattutto da discendenti di immigrati cristiani vietnamiti. Alcuni anni fa ottennero la promessa che, in cambio di alcune migliaia di dollari, questo rettangolo di terra sabbiosa che affonda nel grande "letto" del Mekong sarebbe stato loro. Un appezzamento appena più grande di un campo da calcio, senz’acqua corrente né elettricità. «Noi abbiamo pagato, ma nei mesi scorsi – racconta Nguyen, pescatore di giorno e "sentinella" di notte – alcuni funzionari pubblici sono venuti a dirci che se vogliamo restare qui dobbiamo versare altri soldi». Una montagna di "riel", la deprezzata moneta locale: «Neanche pescando tutto il pesce del Mekong potremmo avere quel denaro».
Il posto odora di acqua marcia e pollo fritto, e mentre gli altri si affannano alla ricerca di una qualche "miracolosa" soluzione, Veha passeggia rassegnato: «Quello che vogliono veramente – insiste – è mandarci via. Sanno che noi non possiamo pagare». Sarà una coincidenza, ma alle visite dei "colletti bianchi" talvolta seguono quelle (impunite) dei "fanatici", con cui non di rado si viene alle mani. Come nel Nord del Paese, al confine con la Thailandia, dove di tanto in tanto viene distrutto e incendiato il "malfermo" riparo di qualche famiglia della minoranza cristiana. Gli Ospedali sono un "miraggio" ed è impossibile fare la conta dei feriti. Per resistere ci vuole fede, ed anche un gran fegato. «Tra tutte le storie, mi ha colpito quella di un’anziana donna, Jiei Jaat, scampata al "massacro" di Pol Pot».
Padre Franco Legnani è Missionario del "Pime" a Kompong Thom, un "distretto rurale" nel cuore del Paese. In canoa, bicicletta, moto o fuoristrada, Padre Franco arriva nei centri più sperduti a passo intrepido, che neanche gli "ossessi" degli "Sport No Limits". «Quando sono arrivati i "khmer rossi", Jiei è stata deportata». Costretta ai "lavori forzati", ha perso marito e figli. «Eppure era riuscita a nascondere una piccola Croce di legno, ben sapendo che se l’avessero scoperta l’avrebbero immediatamente giustiziata. Quando mi ha raccontato la sua storia – ricorda Padre Franco – , mi diceva che per lei quella Croce è stata l’unico appiglio nei momenti di disperazione. Pregava e piangeva di fronte ad essa. E la conserva ancora». Se i Missionari non hanno dovuto ricominciare completamente da zero si deve all’eroismo di quelli come Jiei Jaat. In ognuna delle sette comunità di Kompong Thom è ora attivo un comitato di "laici" che censisce i bisogni. «Gli ammalati vengono portati al nostro "Centro" per essere presi in cura dai medici locali. I casi più gravi – spiega Padre Legnani – vengono mandati all’Ospedale della capitale ». L’aiuto è rivolto sia a cattolici che a buddhisti. Nessuna differenza. Alla missione di Kompong Thom e in quella di Phnom Penh si sono dati solo un criterio, quello di sempre: «Scegliere i più poveri tra i poveri, quelli che non sono raggiunti da nessuno». Perché nel Paese delle Chiese distrutte e delle persecuzioni silenziose, tutti sappiano che i cristiani non ascoltano solo le urla del "piccolo gregge".