CRISTIANI NEL MIRINO

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Iraq: sono stati liberati gli otto cristiani sequestrati a Mosul.

Da Baghdad, Vittorio Scelzo
("Avvenire", 23/6/’07)

Liberi. Sono stati rilasciati dopo tre giorni i cinque studenti e i tre professori della comunità cattolica mentre rientravano al loro villaggio dopo aver sostenuto un esame all’università di Mosul. Lo riferisce "Ankawa.com", il portale della comunità caldea irachena, secondo il quale sarebbe stato pagato un riscatto. Tutti i componenti del gruppo verserebbero in buone condizioni. Gli studenti e i professori, tutti cristiani della comunità caldea, erano stati prelevati la mattina di mercoledì dopo che una decina di veicoli con a bordo uomini armati e col volto coperto aveva fermato l’autobus su cui viaggiavano.
Questa l’unica buona notizia in una giornata contrassegnata dall’abituale sequenza di violenze e attentati. Un’autobomba è esplosa in mattinata nella piccola città di al-Baghdadi (200 chilometri a nord-est di Baghdad), provocando la morte di 20 persone e il ferimento di altre 10. Lo ha riferito l’agenzia irachena "Asawt al Iraq". L’autobomba, condotta da un "kamikaze", è esplosa davanti alla caserma di polizia. Il terrorista è riuscito ad oltrepassare il primo posto di blocco e ha innescato la carica esplosiva davanti al secondo sbarramento. Sempre ieri undici presunti "qaedisti" sono stati uccisi in un attacco condotto da elicotteri statunitensi contro un commando dei ribelli nella provincia di Diyala, nei pressi di Khalis, teatro di una vasta operazione anti-guerriglia. È invece di almeno quattro morti e 52 feriti il bilancio dell’esplosione avvenuta giovedì sera in un negozio di Falluja. Le vittime, compresi numerosi bambini, sono rimaste semi-asfissiate a causa dei vapori tossici sprigionatisi in seguito alla deflagrazione: la polizia sta ancora indagando per accertare se si tratti di un incidente o di un attentato.
Perennemente sotto assedio dei terroristi, il "premier"
Nouri al-Maliki ha ribadito di voler intraprendere una politica di «aiuto alle tribù in tutte le città, e in particolare in quelle dove sono state constatate delle attività illegali». Non si tratta di un armamento indiscriminato, ma di «attività sotto il controllo del governo e dove non c’è opposizione tra tribù sciite e sunnite».

«Devo ancora essere ottimista, perché avete continuato a levare le vostre preghiere al Signore affinché Lui mandi la pace e la tranquillità ai vostri fratelli in Iraq, un Paese torturato». Anche se la sua Chiesa sta vivendo quello che il Papa non ha esitato a definire un autentico martirio, il Patriarca Caldeo Emmanuel III Delly si dichiara rincuorato dopo il suo soggiorno a Roma. L'appello del Papa ed il sostegno fraterno sperimentato durante il suo soggiorno romano sono state un motivo di speranza in una situazione che si deteriora progressivamente. È stata un'esperienza di comunione che rende credibile sperare anche laddove sembra inutile continuare a farlo. In particolare le parole del Santo Padre sono state un segno della vicinanza umana e spirituale ad una Chiesa che vive uno dei momenti più complessi della sua storia di duemila anni. «La situazione da noi peggiora di giorno in giorno, ma abbiamo fiducia perché siamo figli della speranza. Abbiamo fiducia nel Signore che un giorno sorgerà il sole di nuovo. Queste nuvole nere passeranno e avremo pace e tranquillità». I cristiani vengono obbligati a lasciare le proprie case e ad andarsene: «Ci dicono: andatevene da qui, questa non è vostra patria. Ma questo non è vero. L'Iraq è la nostra patria. Siamo qui da duemila anni, dall'inizio del cristianesimo Abbiamo dato la testimonianza della nostra fede tramite il nostro sangue. I nostri padri, i nostri nonni, hanno versato il loro sangue difendendo la loro fede. Oggi, nel ventunesimo secolo, i vostri fratelli ricominciano nuovamente a versare il loro sangue per difendere la fede», continua a ripetere il patriarca caldeo. In Iraq alcune chiese sono ormai chiuse da mesi, dopo che sono giunte minacce di vario tipo. Due volte negli ultimi anni ci sono state violentissime ondate di attacchi agli edifici religiosi, con bombe e dinamite. Delli ha rammentato che moltissimi cristiani sono stati costretti ad emigrare verso i paesi limitrofi, come la Siria, la Giordania e la Turchia, dove ora vivono in condizioni particolarmente difficili e aspettano di poter proseguire la loro fuga verso Occidente. «La situazione è molto dura, - ha continuato - molti dei nostri cristiani delle città si sono rifugiati a nord, lasciando tutto. Non soltanto a nord: molti sono fuggiti nei paesi limitrofi, Siria, Giordania, Turchia. Di questi alcuni che hanno ottenuto il visto, se ne vanno in Europa, negli Stati Uniti, in Australia. È una situazione tremenda, una fuga forzata. Pregate per i vostri fratelli in Iraq, perché il Signore faccia passare queste nuvole nere da sopra di noi, perché tornino presto il sole, la tranquillità e la pace. Fino ad oggi nove sacerdoti sono stati rapiti. Abbiamo pagato per la loro liberazione senza mai sapere da chi sono stati rapiti. Tante famiglie hanno perso i loro figli o i padri. Ci sono orfani e vedove a causa dei rapimenti, questo male provocato da fanatici fondamentalisti». Nel saluto iniziale a nome di tutta la Comunità di Sant'Egidio, il fondatore Andrea Riccardi ha assicurato il Patriarca dell'amicizia e della vicinanza ai cristiani iracheni, come tra l'altro dimostrato lungo questi terribili anni anche da interventi concreti a sostegno della vita della chiesa caldea. Il patriarca Delli ha anche ricordato davanti all'assemblea di aver già partecipato più volte alla preghiera di Sant'Egidio e di essere rimasto colpito dal suo raccoglimento fraterno: «Amatevi gli uni gli altri: questo è il comandamento di nostro Signore. E voi l'avete messo in pratica, l'avete eseguito. Il segno del vostro amore, della vostra fratellanza è questa vostra unione, questa preghiera».