È plausibile l’attuale
spiegazione dell’origine della vita?
E quale deve essere il rapporto tra scienza e teologia?
Una riflessione del cardinale Schönborn.
«Oso
affermare che attualmente non c’è probabilmente un’altra teoria
scientifica,
come quella darwiniana, contro cui esistano altrettante gravi obiezioni,
e che ciononostante venga difesa da molti come sacrosanta».
«Non cerchiamo di voler mostrare affrettatamente l’"intelligent
design" ovunque,
in maniera apologetica».
Christoph
Schönborn
("Avvenire", 18/4/’07)
Quando Laplace fu in grado di
dare una spiegazione «meccanica» dell'orbita dei pianeti, replicò a
Napoleone, che preoccupato gli chiedeva quale fosse il posto di Dio in quella
spiegazione, dicendo la celebre frase: «Je n'ai pas besoin de cette hypothèse».
Laddove Dio deve riempire le lacune del sapere, il suo posto diviene sempre
minore con ogni scoperta che riesce a spiegare qualcosa fino ad allora
inspiegabile. Queste «nicchie di sopravvivenza» del creatore sono divenute
sempre più ristrette, e quanto maggiore è stato il successo delle scienze
naturali, tanto più sicuri si sentivano tutti quegli appartenenti alla "scientific
community" che affermavano che un giorno «l'ipotesi di Dio»
sarebbe divenuta del tutto superflua.
Sotto il medesimo auspicio si è presentato anche Charles
Darwin. Come il professor
Stanley L. Jaki ha più volte dimostrato e accuratamente documentato, Darwin era
«ossessionato» dall'idea di fornire una spiegazione scientifica plausibile
dell'origine delle specie che potesse interamente fare a meno dell'atto separato
della creazione divina. La sua «teoria della discendenza», che soltanto in
seguito fu chiamata teoria dell'evoluzione, era una lunga argomentazione a
favore di una spiegazione «intramondana», ossia puramente materiale,
meccanica, dell'«origine delle specie». Laddove Newton affermava ancora che
dalla cieca necessità non poteva generarsi alcun mutamento e quindi alcuna
varietà delle cose, poiché ciò sarebbe possibile soltanto a partire dall'idea
divina e dalla volontà divina, in Darwin valeva il contrario: l'intera varietà
delle specie ha origine nelle mutazioni casuali e nelle loro opportunità di
sopravvivenza. Il che non rende necessario alcun intervento separato del
creatore.
Secondo le ricerche approfondite di Stanley Jaki, non resta dubbio alcuno sul
fatto che Darwin, con la sua teoria, intendesse favorire la vittoria scientifica
del materialismo. E Dio sa che non era l'unico a volerlo, nell'Ottocento. Non
per caso Karl Marx e Friedrich Engels hanno salutato la teoria darwiniana come
il fondamento scientifico della loro teoria.
Questa componente ideologica della teoria darwiniana è probabilmente anche la
causa principale del fatto che sino ad oggi di essa, dell'evoluzione e
creazione, si continui a discutere con altrettanta intensità e passione che in
passato. Il dibattito degli ultimi mesi l'ha dimostrato ancora una volta
chiaramente. [...]
La possibilità che il creatore
si serva anche degli strumenti dell'evoluzione è accettabile per la fede
cattolica. La questione è piuttosto se l'evoluzionismo (come visione del mondo)
sia conciliabile con la fede in un creatore. Tale questione presuppone a sua
volta che si differenzi fra la teoria scientifica dell'evoluzione e le sue
interpretazioni ideologiche o filosofiche. Ciò presuppone dal canto suo che si
addivenga ad un chiarimento dei presupposti filosofici, di pensiero, dell'intero
dibattito sull'evoluzione.
Sono conciliabili la fede nella creazione e la teoria dell'evoluzione? Il «concordismo»,
oggi ampiamente diffuso, afferma che «la teologia e la teoria dell'evoluzione
non possono mai entrare in conflitto perché le due discipline si muovono in
ambiti completamente diversi» (A. Walker, "Schöpfung und Evolution
Jenseits des Konkordismus", in Intern. Kath. Zeitschrift Communio H
35/2006). Questo rapporto, che Stephen Gould definisce "principio
NOMA" ("Non-Overlaping Magisteria") non regge, a mio
avviso. Devono necessariamente esservi delle sovrapposizioni fra la teologia e
le scienze naturali, fra la fede, il pensiero e la ricerca. La fede in un
creatore, nel suo progetto, nel suo «governo universale», il suo condurre il
mondo ad un obiettivo da lui preposto, non può restare senza punti di contatto
con la ricerca concreta del mondo. Per questo: non ogni variante della teoria
dell'evoluzione è conciliabile con la fede nella creazione.
A tal proposito Adrian Walker: «Un esempio classico di una simile variante
problematica della teoria dell'evoluzione è ciò che definisco darwinismo
stretto: la tesi secondo cui il concorso di mutazione (genetica) e selezione
naturale sia una spiegazione sufficiente della nascita di nuove forme di vita.
Poiché se mutazione e selezione bastano a spiegare tale nascita, non c'è in
realtà alcuna ragione del perché la materia cieca non possa essere la prima
origine della vita; una tesi che è… inconciliabile con la teoria cristiana
della creazione».
Spesso si cerca una via d'uscita nell'affermare che la biologia o in generale le
scienze della natura sono materialistiche soltanto a livello metodologico, senza
per questo professare il materialismo come visione del mondo. Anche se ciò
fosse vero, resta comunque chiaro che quest'opzione metodologica è un atto
spirituale che presuppone ragione, volontà, libertà. Basta già questo a
dimostrare che limitando il metodo delle scienze naturali a processi meramente
materiali non si può venire a capo della totalità della realtà. [...]
Quali pretese pratiche risultano dalle riflessioni abbozzate? Fra le molteplici
possibili riflessioni di approfondimento ne scelgo due:
1. Perché l'evoluzionismo, con il suo materialismo ideologico, è divenuto
ormai una sorta di "surrogato" di religione? Perché tanto spesso viene difeso con
argomenti così aggressivi ed emotivi? Oso affermare che attualmente non c'è
probabilmente un'altra teoria scientifica contro la quale esistano altrettante
gravi obiezioni, e che ciononostante venga difesa da molti come assolutamente
sacrosanta. Le obiezioni più importanti sono ben note e sono state avanzate
frequentemente:
- i "missing links", le numerose forme intermedie mancanti fra le
specie, che anche dopo centocinquant'anni di intense ricerche semplicemente non
esistono;
- il fatto, spesso ammesso, che finora non è mai stata realmente dimostrata
un'unica forma di evoluzione da una specie all'altra;
- l'impossibilità a livello di «teoria dei sistemi», che un sistema vivente
(ad esempio i rettili) mediante innumerevoli mutazioni di minima entità possa
essere trasformato in un altro sistema vivente (ad esempio gli uccelli);
- la problematica del concetto di "survival of the fittest". Marco
Bersanelli ha dimostrato in base ad esempi che la sopravvivenza spesso dipende
soltanto dalla fortuna, è una casualità, una contingenza, e non la prova di
una particolare "fitness". I dinosauri, e molte altre specie, sono
scomparsi per delle catastrofi naturali e non a causa della loro non
adattabilità.
Queste sono soltanto alcune delle maggiori difficoltà della teoria. Ma perché
è ancora così affermata, come teoria scientifica? Perché finora non ne esiste
un'altra migliore, e perché come teoria scientifica è semplice ed
«attraente».
Ma perché allora viene così caricata di ideologia e diviene uno "shibolet"
materialista? Perché la visione del mondo alternativa è la fede nella
creazione. Chi dice creazione, dice anche diritto del creatore. Se esiste un
linguaggio leggibile del creatore, allora esiste anche un rivolgersi a noi del
creatore. Da esso deriva anche un dovere, un ordinamento etico, ad esempio nella
questione dell'ordine dei sessi o nella difesa della vita. Al preteso
materialismo e relativismo si può più facilmente collegare una visione
materialista dell'evoluzionismo. Non è un caso che l'evoluzionismo ideologico
sia stato l'orpello scientifico sia del comunismo che del nazionalsocialismo. Ed
è oggi l'orpello del darwinismo sociale economico, che giustifica la lotta
senza quartiere per l'esistenza economica.
Ci rallegra l'illogicità dell'affermazione di Richard Dawkins, principale
teorico del darwinismo ideologico, quando in un'intervista dice che non vorrebbe
vivere in una società darwinistica, poiché sarebbe troppo inumana.
2. Esiste però ancora un altro motivo che rende plausibile il darwinismo. La
fede in un buon creatore, nel suo «progetto intelligente del Cosmo» (Benedetto
XVI, udienza generale
del 13/11/'06), viene messa in dubbio da una serie infinita di atti crudeli:
- perché questa strada faticosa dell'evoluzione, con innumerevoli tentativi,
vicoli ciechi, con miliardi e miliardi di anni e l'espansione dell'universo, le
esplosioni gigantesche delle "supernovae", gli elementi che si
fondono nella fusione nucleare delle stelle, la macina instancabile
dell'evoluzione con i suoi infiniti inizi e distruzioni, le sue catastrofi e
crudeltà, fino ad arrivare alle indicibili brutalità della vita e della
sopravvivenza? Non è forse più sensato considerare il tutto come il gioco
cieco della casualità di una natura priva di progetto? Non è più onesto
questo, che non i tentativi di "teodicea" di un Leibniz, cui vengono a
mancare gli argomenti? Non è forse più plausibile dire semplicemente: sì, il
mondo è per l'appunto così crudele?
Giunti al termine delle nostre
riflessioni occorre dire una cosa: non cerchiamo di voler affrettatamente
mostrare l'"intelligent design" ovunque, in maniera apologetica. Come
Giobbe, anche noi non conosciamo la risposta al dolore. Abbiamo ricevuto
soltanto una risposta, quella scritta da Dio. Il "logos"
attraverso il quale e nel quale tutto è creato, è divenuto carne e con essa
l'intera storia dell'universo, l'evoluzione, con i suoi lati grandiosi ed
orribili. Si è assunto su di sé l'intera negatività del dolore, della
distruzione e soprattutto del male morale. La croce è la chiave del progetto e
consiglio divino. Per quanto importante, essenziale, sia un approfondimento
rinnovato della filosofia della natura, il "logos" della croce è
l'ultima saggezza divina. Perché con la sua Santa Croce ha conciliato il mondo
intero. Ma la Croce è la porta della resurrezione.
Nella sua prima omelia pasquale, Papa Benedetto ha detto quest'anno: «La
risurrezione di Cristo… se possiamo una volta usare il linguaggio della
teoria dell'evoluzione, è la più grande "mutazione" il salto
assolutamente più decisivo verso una dimensione totalmente nuova, che nella
lunga storia della vita e dei suoi sviluppi mai si sia avuta: un salto in un
ordine completamente nuovo, che riguarda noi e concerne tutta la storia… È un
salto di qualità nella storia dell'evoluzione e della vita in genere verso una
nuova vita futura, verso un mondo nuovo che, partendo da Cristo, già penetra
continuamente in questo nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé» (15
aprile 2006).
Se la risurrezione di Cristo è «la più grande mutazione», o come dice Papa Benedetto nella stessa predica l'«esplosione dell'amore», che sciolse l'intreccio fino ad allora indissolubile del «muori e divieni», allora anche noi possiamo dire: questo è il traguardo «dell'evoluzione». A partire dalla sua fine, dal suo completamento, si evidenzia anche il suo senso. Se nelle sue singole fasi può forse apparire priva di fine e di orientamento, dalla Pasqua in poi quella lunga strada ha trovato un senso. Non «la strada è la meta», ma la risurrezione è il senso della strada.