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P. Davide Sciocco
("Missionari del Pime" - Ottobre 2005)
Nello Stato del Tamil Nadu, tra le popolazioni indiane colpite dal maremoto,
padre Anthony Thota, del Pime, mi racconta: «Il 26 dicembre, appena saputa la
notizia del maremoto, ho cercato di capire dove c'era bisogno di aiuto; ero
parroco a Chennai (capitale del Tamil con 4 milioni di abitanti), ma lì i danni
erano pochi e gli aiuti immediati. Con alcuni parrocchiani, il 27 ho percorso la
costa verso sud e ho visto coi miei occhi una tragedia impensabile, che aveva
colpito i villaggi poverissimi dei pescatori. Ho incontrato gente sulla strada a
tre-quattro chilometri dalla spiaggia: erano terrorizzati, non osavano più
tornare verso quelle che erano state le loro case, perché più volte avevano
visto tornare la terribile onda, una muraglia alta oltre dieci metri e lunga
decine di chilometri. Andando verso la spiaggia abbiamo visto corpi schiacciati
sotto le barche o le case, tutti insepolti e in decomposizione. Ho preso con
queste mie mani i corpi, ho fatto coraggio ai miei collaboratori, e li abbiamo
bruciati (gli indù bruciano i cadaveri): Dio solo poteva darci questo coraggio!
Abbiamo poi fatto ritorno a Chennai e organizzato gli aiuti, affittato camion
per trasportare acqua, cibo, vestiti, medicine e vaccinazioni. Per settimane
percorrevamo 500 km al giorno, dormivamo 3-4 ore, non potevamo avere riposo
vedendo la situazione di quella gente».
Siamo stati a visitare alcuni villaggi che stiamo aiutando con la Campagna
Maremoto del Pime di Milano: a questi villaggi abbiamo donato barche, reti e
motori, perché riprendano l'attività lavorativa e non vivano dipendendo dagli
aiuti esterni; sono stati costruiti semplici parchi giochi per i bambini,
perché attraverso il gioco possano dimenticare: ancora adesso molti si
svegliano di notte con gli incubi, e hanno paura quando sentono rumori
improvvisi. Ho avuto la gioia di inaugurare questi parchi, e benedire le barche:
la gente poi ha fatto il proprio rito, la puja (benedizione indù).
Con queste barche siamo poi usciti in mare, per dare loro coraggio (fino a poche
settimane fa moltissimi non osavano ancora mettersi in mare). Ho condiviso con
loro la gioia, ho visto gente sorridere, e rigustare una vita che sembrava
perduta per sempre: quella di essere pescatori, come i loro padri, i loro nonni,
i loro antenati. E con loro ho condiviso anche un po' di paura, perché il mare
era mosso: ma era troppo importante questo segno, per rinunciare.
Questa tragedia, mi ha detto Anthony, ha unito la gente: le barche e le reti
sono condivise dal villaggio, e c'è molta unità. Servono ancora, per altri
villaggi, barche e reti, perché purtroppo gli aiuti sono arrivati abbondanti in
alcune zone, e molto limitati in altre. Resta il problema delle case: non
potendo costruire più in riva al mare, è difficile trovare i terreni, e la
gente non vuole abitare lontano dal mare, perché non potrebbe più vivere di
pesca, l'unica e povera forma di sussistenza.
Siamo stati ricevuti in ogni villaggio con grandissimi onori, hanno organizzato
gesti e doni per noi, e per chi li ha aiutati. I bambini ci facevano una festa
grandissima, e mentre li lasciavamo ci ripetevano: tornate ancora, tornate
ancora, non dimenticateci! I pescatori ci hanno pure detto che la nostra visita
ha portato fortuna: ora pescano molto di più di prima, anche se resta la
difficoltà di vendere il pesce, dal momento che per mesi il governo ha vietato
la pesca per ragioni sanitarie.
Ringrazio il Signore che mi ha permesso di fare questa esperienza che mi ha
arricchito molto, e che ha rafforzato la gioia di essere missionario per ogni
uomo e donna del mondo.