«Napoli ha
bisogno del suo cuore, della sua storia, delle sue radici».
In una nota dai toni forti e accorati, l’arcivescovo napoletano
ribadisce la necessità di fare fronte comune al dilagare del male
e rifiuta l’etichetta di luogo senza speranza.
Il cardinale richiama anche la politica alla sua responsabilità,
sollecitando un progetto per la città «per rimettere in sesto ciò che oggi è
nascosto».
«Dio non ha voltato le
spalle a Napoli» ![]()
«Napoli non è
un grumo di cronaca nera. Occorre ricordarlo - e rivendicarlo -
proprio mentre l’assedio serra le fila,
intensificando i colpi di una violenza sempre più cieca e scellerata,
spargendo a piene mani il veleno della sopraffazione consueta e ordinaria».
«La Chiesa è pronta a fare ogni giorno di più ciò che ha già fatto.
Lo stato di mobilitazione, tra le file dei suoi sacerdoti e dell’intera
comunità,
è una condizione ordinaria del suo operare tra le gente.
I suoi "agenti" sono già schierati e indossano la divisa mai usurata
della speranza».
Cardinale
Crescenzio Sepe
("Avvenire", 1/11/’06)
Pubblichiamo il testo integrale
della nota diffusa ieri dall'arcivescovo di Napoli,
cardinale Crescenzio Sepe,
sulla situazione della criminalità nel capoluogo campano.
No. Dio non ha voltato le spalle a Napoli. Se anche questa
- perfino questa - può essere la domanda che, allo stremo di ogni
speranza, può sorgere nell'animo di chi vede la città piegata e piagata dalla
violenza, ciò che occorre è mettere un punto fermo alla risposta e dare conto
dell'angoscia che viene da un interrogativo così estremo. Nessun male è tanto
grande da far velo alla misericordia di Dio.
E Napoli non è un male, neppure quando i riflettori continuano a non darle
requie e a mettere a fuoco, impietosamente, una a una, le sue molte piaghe;
neppure è il corollario dei suoi tanti, troppi aggettivi: sporca, violenta,
spietata. No. Napoli resta sempre il soggetto di una grande storia che fatica a
farsi luce tra le tinte fosche che avvolgono molte sue vicende quotidiane.
Napoli non è un grumo di cronaca nera. Occorre ricordarlo - e rivendicarlo -
proprio mentre l'assedio serra le fila, intensificando i colpi di una violenza
sempre più cieca e scellerata, spargendo a piene mani il veleno della
sopraffazione consueta e ordinaria, rendendo, inoltre, sempre più sfumato il
concetto di normalità applicato alla vita quotidiana. Intorno ai mali di Napoli
si estende un territorio senza più confini. Molte (troppe) analisi hanno
cercato, negli anni, di esplorarlo, ma senza successo. Proprio come un corpo
malato, Napoli appare oggi sfinita da troppe cure mal riuscite.
Non è questo il tempo per allungare la già smisurata lista delle diagnosi: si
tratta ora di affrontare, con lucidità e saggezza, quella che appare come
l'ennesima emergenza, ma avendo bene in mente che l'emergenza è un problema che
ha messo radici e non la febbre di un momento.
I tentativi di mettere rattoppi alla realtà sono naufragati uno dopo l'altro, e
hanno lasciato non solo tracce ma vere e proprie cicatrici nel tessuto già
sfibrato della città.
Quando si parla di Napoli bisogna fare i conti anche con la corrosione delle
parole, tanto che si prova quasi imbarazzo a introdurre un termine - quello di
progetto - che gli strumenti della politica hanno usurato, fino alla completa
insignificanza. Il punto è questo: Napoli è stata lasciata vivere alla
giornata e non poteva che vivere male, avvolta ogni giorno di più nella spirale
dei suoi drammi vecchi e nuovi. Anche la storia della città - pur luminosa e di
grande spessore - è andata via via dissolvendosi sotto il peso degli affanni di
una quotidianità senza radici e senza regole. La politica - a tutti i livelli,
nazionale e locale - non ha potuto dare ciò che non aveva: la capacità di
guardare avanti e lontano. E quando Napoli non vede davanti a sé orizzonti
larghi è una città a cui viene a mancare il respiro e, talvolta, la ragione.
Napoli ha bisogno di ritrovare i suoi orizzonti. Ecco il punto d'arrivo, ecco il
progetto, ecco anche la strategia.
Un orizzonte non si costruisce, esiste già. Ma può essere ostruito, come
avviene a Napoli, dove la visuale appare negata più che nascosta.
Il primo punto di un progetto per la città non può che puntare a rimettere in
sesto ciò che oggi è nascosto o soltanto appannato. Anche il «cuore di
Napoli» (quello vero, nobile e antico, e non l'altro mitizzato dal colore a
buon mercato) in questa saga degli orrori quotidiani, può apparire malato, e
forse lo è. Ma proprio questo rende più urgente rimuovere le scorie perché
riprenda il suo flusso vitale. Napoli ha bisogno del suo «cuore» - della sua
storia, delle sue radici - molto più che di nuovi contingenti di soldati per
strada. Sia chiaro: è prezioso l'apporto delle forze dell'ordine e il loro
ruolo nella lotta al crimine e nel ripristino della legalità è indispensabile.
Ma trattare Napoli semplicemente come un problema di ordine pubblico non può
essere vero oggi e non sarà vero domani.
Pur sotto il peso di riflettori che trasmettono al mondo l'immagine della
città-violenta, Napoli è tuttavia un grido alla coscienza di tutto il Paese,
affinché la deriva della storia e delle radici non trasformi tutto, non solo
Napoli, in un problema di ordine pubblico.
Gli orizzonti sono appannati un po' dappertutto, e a Napoli corre l'obbligo di
liberare più in fretta possibile la linea del proprio orizzonte. Il dramma è
diventato la sua rappresentazione quotidiana. Ma il primo dramma da tenere
lontano è quello della rassegnazione e del cedimento. A tutti i livelli. La
mobilitazione che in questi giorni ha interessato le istituzioni e la società
civile - anche al di là delle diverse posizioni - significa qualcosa in più
della semplice reazione alla nuova offensiva criminale.
Da parte sua la Chiesa è pronta a fare ogni giorno di più ciò che ha già
fatto. Lo stato di mobilitazione, tra le file dei suoi sacerdoti e dell'intera
comunità ecclesiale, è una condizione ordinaria del suo operare tra la gente.
I suoi «agenti» sono già schierati e indossano la divisa mai usurata della
speranza. Una speranza che non ha niente a che fare con la consolazione o con il
pietismo, e che non impedisce di guardare in faccia la realtà in tutti i suoi
aspetti. In questo senso non mancherà - e semmai avrà più forza - la denuncia
che continuerà ad essere dura e implacabile nei confronti di chi, attraverso la
violenza e il malaffare, infanga se stesso e la città. Né mancherà una cura
più attenta ai bisogni di una comunità che vive con disagio questa nuova
offensiva del crimine, organizzato e no. Come un'eredità sempre più preziosa
ritorna il ricordo della consegna che Giovanni Paolo II affidò a Napoli nel
corso della sua storica visita di sedici anni fa: «organizzare la speranza», e
organizzarla a partire da un «Mai». «Non arrendetevi al male. Mai». Sono
parole per l'oggi e anche per il domani della città. Sono parole sulle quali
ri-costruire il nostro futuro. È questo il senso della speranza che diffonde la
Chiesa di Benedetto XVI e che riporta alla vicinanza di Dio, anche alla Napoli
di questi giorni. No. Dio non ha voltato le spalle a Napoli.