LA PROVOCAZIONE DEI SANTI

RITAGLI   POSSENTE APPELLO   DOCUMENTI
A CAMBIARE IL RACCONTO UMANO

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 1/11/’06)

Se parliamo di virtù eroiche e miracoli, vi dico subito la mia opinione. Sono milioni, ogni ora, su tutto il pianeta. Quelli che abbiamo messo sugli altari - e va bene così - sono, per me, la classica punta dell'iceberg. La mia convinzione si basa su un ragionamento semplice. Fossero stati solo quelli che ci è sembrato giusto proporre anche come icone - muri maestri dell'edificio ecclesiale, o seme di esemplari filiazioni del carisma religioso, per lo più - il nostro universo non avrebbe retto.
Il libro dell'Apocalisse - appunto - parla chiaro. Non appena sono passati davanti al trono dell'Agnello quelli di cui conosciamo i nomi, incomincia a sfilare un'immensa teoria di perfetti sconosciuti. Per noi, sconosciuti. Non certo per quelli che i loro "miracoli" hanno tenuto in vita: li hanno protetti quando gridavano al cielo e ai quattro venti la loro disperazione, li hanno sostenuti quando erano avviliti dalla stupidità dei loro simili. Sono quelli che hanno serenamente sbeffeggiato i feticci delle molte ragionevoli stime che davano intere partite di umani per perse. O "perdenti" come si dice oggi. (Fratelli ecclesiastici, vi prego, non adoperate questo orribile lessico - essere vincente, essere perdente - quando parlate di noi o del Signore. Vi prego).
Uomini e donne che stanno "eroicamente" radicati nella giustizia di una vita difficile, e onorano nondimeno, persino lietamente, la pulizia della mente e del cuore. Uomini e donne che sono semplicemente fieri della splendida opportunità, indistintamente concessa all'umano, di vivere per altri le loro qualità migliori. Un figlio proprio, un figlio altrui. Non importa. Un figlio d'uomo.
Ci stiamo riempiendo di grilli parlanti, appena ieri giovani ideologi duri e puri dell'umano-sociale, ora senilmente convertiti al radicalismo post-moderno del desiderio-diritto. Proliferano soprattutto, ahimè, nelle comode aree della cultura neo-borghese dell' "intellighenzia" libera dal bisogno di sopravvivenza, che piega in due il resto del mondo. Luoghi in cui la libertà avrebbe dovuto generare, invece che il cinismo di una raccomandata regressione al biologismo delle funzioni, un nuovo e più alto umanesimo del nostro corpo e del nostro spirito. I loro padri - o nonni - che avevano creduto di figliare nuove e non aristocratiche fraternità di liberi e uguali, si rivoltano nelle tombe. I grilli parlanti cercano di insinuare la convinzione che il nostro mondo funziona meglio quando è agevolata l'irresistibile inclinazione dell'umano alla gratificazione dei gaudenti e la spinta sociale alla selezione dei vincenti.
È falso, antropologicamente e cosmologicamente falso. La malinconia e il male di vivere di popoli evoluti, improvvisamente privati, da questo tignoso racconto, di un futuro appassionatamente condiviso di virtù e scoperte degne dei nostri sforzi migliori, sono il contrappasso dell'errore. Milioni di uomini e donne, in questo preciso momento, in ogni cultura e sotto ogni latitudine, sono in grado concordemente, di smascherare l'illusione.
Non badate alle forme. L'abito non fa il santo. Guardate alle forze. Le colorate luminescenze delle vetrate che decifrano l'invisibile, dalle quali campeggiano i santi che abbiamo fortunosamente riconosciuto, riflettono l'ininterrotto transito degli eroici e miracolosi interpreti di una fede che offre un bicchier d'acqua con la stessa semplicità con cui sposta le montagne. Onorarli non è soltanto un atto degno e commovente della fede. È un possente appello a cambiare il racconto dell'umano. Glielo dobbiamo, a quelli che ci consentono di sentirci umani, grazie a Dio, senza vergognarci.