Smentite le stucchevoli previsioni sul Papa "non-comunicatore"
Gestualità tutta plasmataPierangelo
Sequeri
("Avvenire",
4/9/’07)
L'abilità nel
"sottrarsi" all'eccesso di mondo, pur accettando di rimanere "in
mezzo" al mondo che c'è, per non venir meno a nessuno. Ecco quello che ho
spontaneamente apprezzato nello stile di Benedetto
XVI, fino al culmine
dell'evento. Un mezzo miracolo, tenendo conto di tutto l'inevitabile.
Seguendo il magistero gestuale di questo Papa, sento che finiremo per aver
ragione sulle presunte leggi della comunicazione di massa. Riusciremo a
sottrarre credito alla loro presunta sintonia con il sentire più comune; a
rendere patetiche le loro sospette obbedienze ai doveri di cronaca, a far
sorridere delle loro prevedibili e stucchevoli "routines" ideologiche
nel trattamento della materia religiosa (ma anche di quella sociale, affettiva,
drammatica, dell'intera vita quotidiana dell'uomo).
La gestualità che ci colpisce è tutta plasmata intorno alla umiltà della
parola. Ha la forma che le corrisponde: diretta e pensosa, quanto tenera e
disarmata. Anzi, "è" la forma della parola, scambiata con un'immensa
assemblea, ma dipanata con naturalezza come nello spazio di un'accoglienza
"domestica". Nell'immensa cornice di Montorso,
il "gesto-parola" del Papa sembrano ampliati e amplificati soltanto
per l'esigenza della partecipazione e dell'ascolto. Che cosa trasformava in
questo modo - chi c'era lo sa - l'immenso spazio, virtualmente disponibile per
un qualsiasi evento collettivo e di massa? Il "gesto-parola" del Papa,
nient'altro. Non artificiosamente confidenziale, non "studiamente"
enfatico. Parola, reale, che dice ciò che ci si deve aspettare da un colloquio
reale con l'uomo di Dio destinato a confermare la fede di tutti. Il gesto e la
parola non sono trasversalmente destinati ai commentatori. Ascoltano e
rispondono a coloro ai quali la parola e il gesto si rivolgono: quelli, e tutti
quelli come loro.
L'imponderabile "musicalità" di quello stile, serio e colloquiale, ha trasformato
la scena, ha restituito il suo senso alla scenografia. Ne ha spento le assonanze
"mediatiche", ne ha esaltato l'interiorità possibile, realizzandone
l'intenzione profonda. Il "gesto-parola" del Papa riformava l'antico e
indimenticabile atrio per gli ospiti della "domus ecclesia", nella
quale noi cristiani siamo nati. "Case-Chiesa" nelle quali abbiamo
lungamente vissuto, insediate nel cuore dell'Impero che governava tutto,
decideva tutto, controllava tutto. "Case-Chiesa" nelle quali si
formava e si nutriva, a dispetto di tutto, una mentalità nuova sull'incanto e
sul dramma quotidiano dell'umana avventura, uno stile di relazione di inedita
fraternità, il seme di un nuovo legame sociale. Quello stesso che ora,
dimenticandone il grembo, si chiama "laicamente" umanesimo, democrazia; rispetto
per l'individuo, anche se debole e ferito; passione per il passaggio fra le
generazioni di un'umanità e di un pianeta migliore di quelli che ciascuno
trova.
Abbiamo poi ascoltato la parola della celebrazione, e abbiamo percepito di
nuovo, senza alcuna enfasi artificiosa, l'intima verità di questo passaggio di
Dio. Il meglio, e l'essenziale, di ciò che la parola della Chiesa porta alle
generazioni. Di che cosa parla, infatti, il Papa, all'immensa folla che non
vuole rimandare a casa senza pane e anima? Della "ragazza" di
Nazareth, dalla quale è incominciato tutto quello che doveva accadere, perché
la terra intera venisse consacrata come "habitat" di Dio. E dell'umanità intera,
comprese le cosiddette "masse anonime", che deve imparare ciò che
significa essere attraversata dal cammino di "ragazzi" sempre nuovi,
che non puoi scoraggiare né fermare, disposti a percepire la bellezza e la
forza di quel seme.
La parola nomina la lieta "spregiudicatezza" del loro affidarsi col suo vero nome,
senza trucchi: umiltà si chiama, il coraggio dell'essenziale, l'audacia
controcorrente. Non volontà di potenza e ossessione di "clientela". Limpida come
l'acqua, e altrettanto indispensabile. Per l'intero pianeta.