Dall’"Angelus" un’icona per noi

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come a Samaria

Al pozzo, Dio si fa incontro a noi chiedendo per la sua sete...

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 26/2/’08)

«Un vivere ripetitivo e rassegnato». Ecco dove siamo. Il "motore" della storia fa soprattutto rumore, dalle nostre parti, ma il cambio è in "folle". Possiamo girarci intorno finché vogliamo, "rimescolare" le carte, sperare ossessivamente nella prossima mano. La "marcia" non ingrana. Dobbiamo rimettere in moto l’economia, la politica, la ricerca. Un sacco di cose – necessarie, per carità – dobbiamo rimettere in moto. Però dentro di noi non si muove niente, e nessuno se ne cura. Avanti e indietro dal pozzo, anche noi, come la Samaritana. Abbiamo magari cambiato strada cento volte, per arrivare al pozzo: così, per cambiare qualcosa e vedere che succede. Abbiamo cambiato anche, più volte, compagnia: così per "innovare" (per "reinventarci", come si dice). L’innovazione è la "molla" del progresso, o no?
Eppure, protetti "sotto vuoto" per l’appuntamento col nuovo che avanza, e con l’etichetta rassicurante di una civiltà tutta "da bere", milioni di noi sarebbero pronti a "sottoscrivere": il nostro «andare e venire dal pozzo» esprime un vivere «ripetitivo e rassegnato». L’espressione con la quale
Benedetto XVI ha inquadrato, nell’"Angelus" di domenica, l’icona della "pendolare" di Samaria, ci "fotografa".
La nostra "compulsiva" domanda di "saturazione" del desiderio, sempre più disponibile ad ogni avvilimento e ad ogni degrado, pur di essere soddisfatta e placata, è sempre una "distrazione" e un "pretesto". Questa distrazione ormai – è il progresso, bellezza – è in grado di essere scientificamente alimentata e sapientemente "frustrata", purché rimanga ossessivamente concentrata su se stessa.
Eppure, con tutte le nostre forze, ormai, aspettiamo che ci si riapra il mondo. Dove il mercato abbia i suoi luoghi, ma non lo occupi interamente, fin nei riflessi condizionati dell’anima. Dove il mangiare, e il bere, e scambiarci l’un l’altro parole e cose, siano felicemente un pretesto. Un pretesto per sguardi e complicità nuove, che ci consentano di dare parola alle nostre domande più intime, alle nostre paure più indifese, alle nostre speranze più condivise. E alle nostre bellezze diventate invisibili. Un pretesto per confidarci l’un l’altro, mentre condividiamo in allegra "sobrietà" le cose migliori del creato, che ancora non siamo riusciti a distruggere, le vere passioni della vita. E l’incerta fede che sta rinchiusa nel semplice "Nome" della "non-rassegnazione": "Dio". Nella cui speranza – persino quando siamo increduli e ignari – le "fibre" più intime del nostro corpo si tendono, enigmatica testimonianza, nella vita e nella morte.
L’inedito "occidentale" è questo. Di questa incerta fede, nelle istituzioni della civiltà, non vogliamo più avere rispetto, né prenderci cura. Inibisce la libertà e deprime i mercati. Preferiamo considerarci "animali" particolarmente ingegnosi, che "pellegrini" dell’assoluto. "Ritinteggiamo" il cielo, e la "crepa" dell’anima non si vedrà più. L’inedito evangelico di Dio è questo. Dio si fa incontro a noi chiedendo per la sua sete, non afferrandoci alla gola per la nostra. Un unico Dio per tutti gli esseri umani, adorabile per chiunque, in spirito e verità. Un Dio che desidera essere amato, non "subito". Un Dio che non compra e non vende, finalmente. Un Dio che non si compra e non si vende. Un Dio che anche una Samaritana può "fronteggiare" con le sue domande, senza essere "inchiodata" alle sue debolezze, senza essere imprigionata nella sua "distanza". Nemmeno quella "religiosa". Un Dio del quale anche una donna che nessuno considera può ricevere la confidenza, scoprendo, con un’emozione che le ha cambiato la vita, che non era affatto semplicemente «il Dio di quegli altri». Era il "Messia" di Dio, in spirito e verità, ecco. Lo si capiva dal fatto che sapeva tutto di te e non intendeva approfittarne neanche un po’. Era Dio, e chiedeva da bere. Quello che tutti i portatori d’acqua, al limite della rassegnazione, aspettano. Finché c’è, un pozzo.