Il "portato" dell’eredità "monastica"

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il nostro mondo si "decompone"

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 13/9/’08)

La musica è l’evidenza indiscutibile, e il "sacramento" indistruttibile, dell’energia creatrice dello spirito. Che si rialza dopo ogni "avvilimento". Che si innalza verso l’incantamento dell’"essere-al-mondo", vincendo ogni ingombro della massa, del peso, e dell’immagine persino. La musica è "contagio" dello spirito che incide la pietra, nel momento stesso in cui restituisce fisicità all’esperienza toccante della parola. La musica fa suonare anche il legno secco e la pelle d’asino. E rende "palpabili" i sottili legami fra lo spirito, i corpi, le cose, che non ci stanchiamo mai di cercare, con buona pace dei matematici del benessere "sensoriale". Perché noi, per poter scommettere contro la morte, abbiamo un bisogno quotidiano e disperato di questo: che anche le cose abbiano un’anima, da qualche parte. Qualcosa di spiritualmente vivo e vitale, insomma, che ci faccia "sentire" la complicità di un’armonia destinata; per noi, e per questo mondo di anima e sangue che abitiamo: inestricabilmente intessuto dei nostri "azzardi" creativi e dei nostri affetti più feriti e "struggenti". Altrimenti ci sentiamo più soli dei "numeri primi". Non per caso, proprio i numeri si stimano e si esaltano tutti di questa loro "parentela" privilegiata con la musica. Stremati dal loro ostinato "asservimento" al regno delle quantità, dove sono "inchiodati" come schiavi al remo, sempre a calcolare e ad essere calcolati, i numeri hanno il loro momento di gloria e di "rivincita" quando sono assunti dallo spirito della musica. Nervatura solida e perfetta di un ordine dell’anima e dei corpi, che "profetizza" il grembo in cui le nostre passioni più disperate, e i nostri affetti più alti, si ricompongono nella danza di un "corpo-mondo" perfettamente musicale. Che dev’essere da qualche parte, perché noi lo sentiamo.
Pitagora e i Greci cercavano i "numeri di Dio" in una musica "incorporea", mentale, impercettibile, ultimamente destinata a sciogliersi nel grande silenzio del mondo della vita. Agostino indica la strada della "fisicità sonora" della "Parola", la felicità responsoriale del dialogo e dell’armonia delle voci, l’intensità struggente dello "jubilus" che dilata l’intimità dello spirito fino ai confini dell’universo: dovunque ci siano corde musicali e corpi vibranti in attesa di riscatto. Il suo "De Musica" si conclude con l’intuizione di una verità ovunque ignota: la "risonanza" perfetta dei numeri musicali "di Dio" è quella dello spirito in un corpo "risorto".
Leggete con attenzione l’elegante e sapida "lezione" di
Benedetto XVI in terra di Francia, dove una grandiosa tradizione dell’eredità "monastica" cristiana ha fatto fiorire esperienze decisive per la "civiltà musicale", e non solo, profondamente ispirata dall’esperienza cristiana. «Da questa esigenza "intrinseca" del parlare con Dio e del cantarLo con le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica occidentale». Dalla prodigiosa invenzione del "canto monastico", non è venuta soltanto una singolare comprensione del modo in cui la nostra "psiche" plasma la propria armonia, cercando la risonanza più pura ed elegante dello "Spirito creatore" e della "Parola di Dio". L’inedita elaborazione cristiana degli infiniti "toni di voce", con i quali ci è concesso di corrispondere alla ricchezza della "Parola di Dio", parola per parola, ci ha comunicato la passione per l’infinita ricerca di "contrappunti" musicali al nostro desiderio più intimo: che ci sia un mondo, libero e felice, per gli affetti accesi dallo Spirito nei nostri corpi vibranti. La singolarità cristiana dello spirito religioso ha stabilito un legame indissolubile fra "civiltà musicale" e vita secondo lo Spirito. Le "ferite" inferte alla musica disperdono gli umani nelle regioni oscure dell’assenza di legami, della violenza dei rapporti, della "schiavitù" della mente. Senza "civiltà musicale", la civiltà va in depressione. Dalla musica si sente. In Chiesa e fuori.