Pierangelo Sequeri
Siamo in lotta con la malinconia, versione politicamente
corretta e dissimulata della malattia d’epoca: l’angoscia della libertà.
Cresciuta com’è - o come sembra - non si sa più per che cosa faticare e
voler bene. È così che si rimane morti in piedi. Occhi bassi davanti ai propri
figli (neanche ai padri!) e vita sottomessa alle potenze mondane (l’alambicco
di Faust deciderà per noi). Libertà, questa?
Papa Benedetto, nel semplice spazio di un’omelia, ha lanciato ieri, proprio a
partire di qui, qualche decisivo "affondo" sui temi dello stile
cristiano. "Abbi il coraggio di osare con Dio! Provaci!". Così si
conclude la meditazione di Papa
Ratzinger sull’immacolata concezione di Maria. E accende
lampi di ripensamento, tanto da frastornare luoghi comuni, dentro e fuori.
Lancio qui solo una scintilla, ognuno legga per intero il discorso.
Il cuore gettato oltre ogni ostacolo o - meglio - l’azzardo della libertà per
Dio, davvero rende convenzionali, insipidi, noiosi? Guardate questa ragazza,
questa donna, questa Vergine Madre.
Guardatela nella trasparenza della passione di Dio per l’uomo e la donna.
("La stirpe della donna ti schiaccerà il capo"). La benedizione
totale che avvolge questa ragazza è per intercettare il delta del nostro
inguaribile "sospetto" nei confronti di Dio. La nostra debolezza lo
proietta ambiguo e dispotico, come noi, appena ne avessimo uguale potere. Ma qui
si dovevano immettere nella carne e nel sangue del Figlio, sin dal suo
concepimento nella mente e negli affetti (il più importante: le donne sanno di
cosa parlo, lo sanno vero?), gli umori puliti e trasparenti dell’originaria
benedizione e cura di Dio.
Guardatela nello stile dell’accoglienza, che prende in grembo la passione di
Dio per gli umani ("Si faccia di me secondo la Parola"). La radicale
benedizione, imperscrutabile, è di Dio. Ma nella fede, cristallina, c’è
anche tutta la lucidità di una libertà che azzarda spregiudicata se stessa per
la benedizione di molti. Non si concede ottusamente. Non confonde l’innocenza
con l’insipido e l’insapore, la moderazione con la vigliaccheria, la pace
dell’anima con quieta sottrazione al dramma degli umani.
La ragazza discute con l’Angelo. La madre discute col Figlio. La donna
intercede per due giovani che sono rimasti senza vino alla festa. È piantata
come una quarta croce sul luogo della consumazione. La Madre sta, fermissima,
fra gli amici del Figlio, nell’ora dello smarrimento più terribile. E infine,
la Donna - quella che apre e chiude la storia dei figli dell’Uomo, dalla
Genesi all’Apocalisse - come una vera, grande Signora, si congeda
elegantemente a missione compiuta, quando il Figlio se la riprende.
Occhi bassi, avvilimento sottomesso, candore dell’ignoranza, l’arte di una
mediocrità incapace di azzardi, trasporti, affetti, di tenuta nella prova, eh?
D’ora in avanti, chi invoca uomini e donne in grado di "mettersi in
mezzo" fra noi smarriti nelle passioni tristi e la giuliva vigliaccheria
delle potenze, e poi racconta la graziosa ironia del peccato del mondo e la sua
patetica gaiezza nel dissacrare ogni cosa, occultando la devastazione che se ne
riversa sui figli, guardi qui, se ha fegato.
Una passione per la causa di Dio e il destino del mondo che è capace di molti
azzardi. Una mente che non si lascia sfiancare né intimidire dalla prova, alla
quale - inevitabilmente - i figli sono sottomessi. Una radice che viene da
lontano, inestirpabile, che sostiene passioni liete. "Più la persona si
dona, più trova se stessa". Impariamo il Figlio dell’Uomo, impariamo
Dio, da questa donna. Ma c’è molto da imparare anche per noi figli di donne.