Oltre
ogni distruttiva "voracità"
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Pierangelo
Sequeri
("Avvenire",
25/2/’09)
La "fase orale",
in tutte le sue varianti "simboliche", non è più il tratto elementare del nostro
approccio al mondo. È un sogno a occhi aperti, un’icona dell’"auto-realizzazione",
un orizzonte culturale vero e proprio. Quelli che lo sanno fare, avranno
certamente calcolato anche questo. Il fatturato complessivo dei prodotti che
sostengono gli "standard" della "sovralimentazione"
occidentale, sommato a quello di tutti gli altri prodotti che provvedono alla
cura degli "effetti indesiderati" dei primi, deve fare una bella
cifra. Non so fare questo calcolo, ma mi pare evidente che la
"voracità" è ormai una categoria dello spirito, per noi, più ancora
che un costume alimentare. Siamo o non siamo una "civiltà" dei
consumi? Una delle nostre "idee-guida", ossia il progetto di "non
farsi mancare niente", nel breve giro di qualche decennio ha fatto passi da
gigante.
Il primo fattore di "umanizzazione" che ci rimette è il linguaggio,
una delle più belle qualità spirituali del nostro corpo. Le mamme esortavano,
una volta: «Non si parla a bocca piena». Anche altre cose ci raccomandavano,
in verità, sempre sullo stesso registro: «Non ci si butta sul piatto», «Non
ci si serve per primi», eccetera. Piccole cose del "galateo", all’apparenza.
Grandi passi verso l’"umanizzazione", in realtà, se si pensa che la
modulazione del nostro rapporto col cibo, fin dai primi sorrisi, è il mediatore
fondamentale della catena "simbolica" di tutte le altre relazioni
affettive e sociali. In ogni modo, con la bocca piena – e lo sguardo perso, e
le mani sempre ad afferrare – non si parla. Si "farfuglia", si
emettono "grugniti", ci si esprime a gesti, ci si "spintona"
ammiccando. Non è questione di "comunicare", come dice la parola più
"vacua" e onnipotente della nostra dissimulata impotenza a
"pensare". È proprio il fatto che noi ci mangiamo anche le parole: e
la nostra anima si "atrofizza", incapace di parlarsi e di parlare con
la libertà necessaria a cercare il confronto e il conforto su tutto ciò che
– in noi e negli altri – non si mangia e non si beve, non si compra e non si
vende. Il secondo fattore di "umanizzazione" che entra immediatamente
in zona di pericolo, quando siamo incapaci di rinunciare alla
"voracità", è l’insensibilità per tutto ciò che, fra gli umani,
non ci porta cibo, "saturazione", godimento, benessere servito e
indisturbato. Il principio della distinzione della madre dalla
"tettarella", per cominciare. Diventiamo così fisiologicamente
irriconoscenti, ingrati, "utilitaristici". E lo diventiamo,
normalmente, abitualmente, "anaffettivamente". Gli esseri umani si
trasformano in "risorse". E se non lo sono, un "ingombro"
privo di senso. Milioni non hanno niente da mangiare (che vita è?). È
spiacevole, certo. E anche noi a volte esageriamo, cosa che nuoce spesso alla
salute e al "fitness". Infine – ma qui non è il caso di dilungarsi:
abbiamo orecchie per intendere, se vogliamo – perdiamo il dono più prezioso
dell’"umanizzazione" (e di quella che chiamiamo, orgogliosamente,
civiltà dei "diritti" e della "solidarietà"). Perdiamo la
facoltà di distinguere il bene dal benessere, e il male dal malessere. E
questo, più che un danno dell’umano, è il suo puro "smarrimento".
Il "nichilismo" fa le sue uova qui, e noi ce le beviamo.
Ricordando l’autentica benedizione del "digiuno", che scava in
profondità nell’anima "obesa" dall’insensibilità a ogni amore, Benedetto
XVI cita nel
suo "Messaggio
per la Quaresima"
che inizia oggi una bella e audace "esegesi" del grande Basilio: «Il
"digiuno" è stato ordinato in "Paradiso"». Riguardava l’"albero
del bene e del male", che non si mangia e non si beve, non si compera e non
si vende. Eppure è lì, il "paradiso". E si custodisce così, la
creazione dell’uomo: quando scaviamo in noi stessi l’"antidoto" a
ogni "voracità" distruttiva. E riconquistiamo "leggerezza dell’anima"
per la benedizione di Dio, che ci insegna a non "consumare" la terra
– e noi stessi – invano.