Le "sfide" dell’Occidente

RITAGLI     Battiamoci per i "legami" dell’"umano".     DOCUMENTI
Non per "Narciso"

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 12/4/’09)

È sempre violento, il nostro "nemico", quando si presenta alla porta. Però certe volte l’abbatte così di schianto, e brutalmente, che per un attimo interminabile tutto ci crolla addosso e intorno: anche quello che è rimasto in piedi.
Enigma indecifrabile dell’essere "presi". Eppure sappiamo di essere "mortali". Enigma dell’essere "lasciati" in vita: eppure sappiamo di rimanere comunque "mortali". Ricordate il turbamento dei "sopravvissuti" ai "campi di sterminio"? Molti non vi hanno retto, persino tragicamente. L’esperienza di un’umanità comune e condivisa, il nostro bene assoluto, brutalmente "tagliata in due" dalla morte di alcuni e dalla sopravvivenza di altri – entrambe inspiegabili – diventò "insopportabile".
L’indelebile sigillo di quella terribile esperienza – il "male assoluto", che si riforma sempre – era proprio questo. La morte che ci strappa agli affetti è sempre "insopportabile". Ma è anche vero che noi lo agevoliamo in mille modi, il "lavoro sporco" della morte. Quello che non si limita a spegnerti il corpo. Quello che ti soffoca anche l’ultima "scintilla" dell’anima. Quello che ti vuole convincere dell’inutilità delle migliori "passioni" della vita. Nella storia dell’uomo, in mille modi facciamo "calcolo" sulla morte: in pensieri, parole, opere e "omissioni". In mille modi le vendiamo l’anima. Lo facciamo al prezzo della vita altrui, nell’illusione – patetica e un po’ "vile" – di sopravvivere meglio. Lo facciamo "svuotando" la mente delle generazioni che vengono, catturando i loro occhi perché non si guardino dentro l’anima, infilando mille "congegni" nelle loro orecchie, perché rimangano "sconnessi".
Paolo di Tarso, quello che ha detto «se Cristo non è risorto, la nostra fede è vana», la chiama «l’ultimo nemico», la morte. Certo, bisogna aver molto amato la vita di qualcun altro, per patire fino in fondo l’ostilità – «l’inimicizia» – della morte. Questo patimento non va "avvilito", confondendolo con il timore "biologico" della propria "estinzione". Non accettiamo "denari", in cambio di questa 'fede'. Un essere umano con la schiena dritta non cede su questa "passione" dell’amore che dà la vita: costi quel che costi. E spera, contro ogni speranza, per tutti.
La "cristianità" ripete oggi, per tutti, il racconto della enorme "pietra" che fu spazzata via dal "sepolcro" di Cristo. L’ultima "maceria", fra noi e la speranza. Narra delle "bende" sciolte e ricomposte, perché non più necessarie. Porta fino a noi, senza cambiarne una "virgola", l’emozione del giorno in cui si impiantò nella storia la certezza della sconfitta totale dell’ultimo "nemico". All’ultimo, infatti, neppure il corpo si potrà tenere, la morte. Non pensavamo che Dio avrebbe amato così tanto anche quello. Pensavamo che Dio, al più, si prende le "anime": i corpi, e il mondo, li lascia al loro destino di inevitabile "sgretolamento". Eppure, un voce "indecifrabile", proprio nell’intimo del nostro abbandono, ci lanciava un "segnale". Come accettare di spalmare semplicemente una "mano di nero" sugli incanti e sui sogni che la nascita di un essere umano forma e riforma incessantemente, soltanto perché il suo corpo è fragile, "vulnerabile", mortale? Contro ogni apparenza, la nostra anima aveva più ragioni di quelle che sono scritte nei libri dei "filosofi" e nei racconti della morte.
Non possiamo sottrarci al doloroso "passaggio" in cui la felicità dell’affezione tra i "mortali", che genera umanità condivisa, è messa alla prova della sua pura differenza dal "godimento". Per non agevolare il "lavoro sporco" della morte, che ci fa dubitare dell’amore, però, possiamo molto. Moltissimo. E lasciatemi aggiungere questo. È l’intera "società occidentale", che oggi viene sfidata dall’"annuncio evangelico" della "risurrezione". Perché la prova della nostra fede in quella differenza, in questa precisa "fase" della nostra storia, è un fatto "sociale" totale. La forma collettiva della "convivenza occidentale", è ispirata dal racconto di "Narciso". Battiamoci per i "legami" dell’umano, non difendiamo gli "adoratori" della propria immagine.