Un'altra sapiente rilettura di Benedetto XVI

RITAGLI   La teologia della musica   DOCUMENTI
suggerisce un'icona di Chiesa

Pierangelo Sequeri
("Avvenire", 14/9/’06)

Nei dintorni del fatidico Anno Mille, l'organo, che ha già avuto una storia lunga e variegata - in parte frivola, in parte regale - si avvia a conquistare la chiesa cristiana, dove si insedierà definitivamente. L'ingegnosa macchina musicale della coralità consegue, con sorprendente naturalezza, il ruolo di strumento e simbolo privilegiato dell' "ecclesia orans", della Chiesa in preghiera.
"Organo" era stato, ed era ancora all'epoca, lo strumento musicale in senso generico. Era anche il nome di un modo di combinare voci aggiunte, a sostegno della melodia principale; nome buono anche per definire il brano che ne scaturiva e il complesso che lo eseguiva. "Organo" era infine, il nome dello specifico congegno di canne sonore che ora sosteneva, esaltava, e in certo modo simulava, l'intera "macchina corale" della lode, in cui l'assemblea ecclesiale si trasfigurava in un unico corpo vibrante, per l'occhio e per l'anima.
Significati che si sommano, nella nuova "concezione orchestrale" della Chiesa, predisposta dalla teologia della musica (allora ne avevamo una). L'emozionato ed emozionante resoconto della seconda consacrazione della Cattedrale di Wincester - correva l'anno del Signore 994 - tradisce l'entusiasmo e la sorpresa della nuova icona ecclesiale. Un solo frammento: «La voce delle campane si fonde con quella delle canne, la linea del canto si intreccia con le sue elaborazioni variate, tutto l'ambiente è pervaso dal canto delle voci dei chierici, degli infanti e dell'assemblea: il triplice congegno musicale esalta la lode divina ("deitatis opem machina trina tonat")». La celebrazione appare insieme solenne e commovente, maestosa e popolare. Nell'intero racconto, la densità simbolica riconosciuta all'insieme musicale della celebrazione, che rende strumento ("organon") il totale dell'assemblea liturgica e dell'edificio sacro, è analizzata in modo suggestivo e penetrante.
La comunione fraterna dei credenti, avvolta nel grembo dell'organo-orchestra, conquista un nuovo simbolo, che da quel momento si percepisce con inedita emozione della mente, nell'anima e nei sensi. L'unità dell' "ecclesia" è restituita, nella sua esattezza, dal simbolo "polifonico" delle voci e dei timbri, delle melodie e dei ritmi. L'uniformità dell'identico lascia spazio all'armonia dei diversi. Adesso, il nuovo senso dell'essere sociale - legame di persone, non massa di cittadini - si può anche sentire, nella precisione del suo inedito cristiano.
Ha ragione
Benedetto XVI. Non c'è niente di puramente ornamentale nella bellezza corale e orchestrale delle liturgie di festa. Quando sono musicali come devono, succede qualcosa di profondo alla Chiesa. E la Chiesa fa succedere qualcosa di insostituibile per tutti. Mediante la musica, l'aula del tempio e l'assemblea dei credenti diventano strumento musicale della conoscenza e della riconoscenza di Dio per l'intera creazione. Ma c'è dell'altro, per chi ha orecchi che intendono. L'organismo corale dell'intera liturgia, che condensa l'immagine della Chiesa intorno alle armoniche della Parola e del Corpo del Signore, fa sentire come suona realmente una civiltà di fratelli, liberi, uguali. Ci vuole sapienza musicale per questo. Ma quando accade, è una bellezza.