DAL BRASILE

RITAGLI    LA CRETA E IL VASAIO    MISSIONE AMICIZIA

Rileggere quattro anni di missione in Brasile è entrare nella bottega del vasaio
e mettersi a guardare come le sue mani modellano la creta
di una missionaria al tornio di una realtà diversa.

Sr. Silvia in una comunità rurale. Incontro adolescenti organizzato dalla Pastoral da Criança. Lavoro artigianale con fibre di banana.

Sr. Silvia Serra
("Missionarie dell’Immacolata", Marzo 2007)

Forse non è ancora così chiaro che il tornio della missione non è magico!

Partire geograficamente, incontrare un'altra cultura, immergersi in un'altra realtà non vuol dire necessariamente lasciarsi modellare da Dio, né significa compiere automaticamente un cammino di liberazione e camminare verso un'autenticità di sé che è ritrovarsi sempre più figli amati da Dio.

A Registro (entroterra di San Paolo), dove ho vissuto negli ultimi anni, ho osservato diversi modi di inserirsi nella realtà: fagocitare quasi tutto quanto appariva diverso, imponendo più o meno velatamente il proprio modo di essere, pensare e agire; oppure ritagliarsi spazi nella realtà, nel tentativo di ricreare "oasi italiane". Queste modalità hanno rappresentato una tentazione anche per me in vari momenti.

Il tornio del vasaio, invece, è la realtà da cui ci lasciamo interpellare, con cui entriamo in dialogo, da cui ci lasciamo prendere per mano ed educare a poco a poco, di cui impariamo a decodificare i tratti, il linguaggio, comprendendo sempre più profondamente il messaggio di espressioni che all'inizio non ci sono chiare, né abituali, e a volte ci suonano strane, o esagerate…

Ripensando all'impatto con la realtà di Registro, quando mi accingevo ad assumere qualche attività pastorale, ricordo l'orientamento delle sorelle della mia comunità: "Guardati attorno, non aver fretta... osserva le diverse realtà pastorali e riconosci quella in cui ti senti più attratta, ti identifichi di più". Questa indicazione suonava nuova, a me che ero abituata a vedermi assegnare compiti e ruoli pensati in precedenza da altri e solo dopo proposti alla mia considerazione. Da una parte mi restituiva tutto il sapore di una responsabilità nel discernimento, di una valorizzazione delle mie inclinazioni personali e apostoliche, dall'altra, questa autonomia subitanea mi spiazzava, soprattutto in una nuova realtà di cui stentavo a capire le coordinate.

Così ho cominciato a guardarmi attorno, ad ascoltare le risonanze che le diverse attività pastorali provocavano in me: pastorale carceraria, catechetica, liturgica, vocazionale, ...tutto mi suonava così legato alla realtà parrocchiale, e spesso alla zona urbana, mentre pungente si faceva strada un'inquietudine missionaria: volevo conoscere la realtà, entrare nelle case, visitare le famiglie, saperne i problemi, le lotte, le ferite sociali, le speranze. Entrare nel tessuto del quotidiano della gente era il desiderio assillante che mi portavo in cuore, e che neppure la proposta del parroco, di accompagnarlo durante le celebrazioni nelle varie comunità, avrebbe soddisfatto.

Rimaneva, quindi, una preghiera continua al Signore perché mi indicasse il cammino.

Finché una sera bussa alla nostra porta un giovane, agitato dalla preoccupazione, cercando la suora incaricata della "Pastoral da Criança", cioè la Pastorale del Bambino, perché il suo nipotino si stava disidratando a causa di un virus intestinale. Non sapevo come aiutarlo, ancora non parlavo bene il portoghese, la mia consorella non era in casa, ma conoscevo la leader che abitava vicino e ve l'ho accompagnato. Dopo un breve colloquio sui sintomi e le prime precauzioni da prendere, gli abbiamo assicurato che il giorno dopo saremmo andate a visitarlo.

L'indomani pioveva e così mi sono imbattuta per la prima volta nelle strade infangate che portano alle comunità rurali dove abitava quella famiglia.

Entrando e fermandomi nella loro casa, ho capito che Dio stava rispondendo alla mia preghiera: era quello che cercavo! Visitare le famiglie, entrare a contatto con la realtà, conoscere le situazioni da vicino e non per sentito dire... il cammino indicato era la Pastorale del Bambino.

In quel giovane che bussava alla nostra porta, con il suo grido di aiuto, la realtà stessa mi veniva a cercare in casa, mi prendeva per mano e mi invitava a uscire per le strade e conoscere...

Ma non è così semplice rispondere alle chiamate di Dio.

La Pastorale del Bambino, che accompagna la donna dalla gravidanza e il bambino fino all' età di 6 anni, infatti, rappresentava per me un terreno minato su vari fronti: non avevo mai avuto grande consuetudine con i bambini, anzi! Mi sentivo goffa, impacciata, il primo approccio era piuttosto disastroso e quindi preferivo stare alla larga.

Inoltre, quando le sorelle provenienti dalle missioni tornavano in Italia e raccontavano del loro impegno a favore della vita, all'interno della "Pastoral da Criança", ricordo che dentro di me risuonava una convinzione: "Ma quando andrò in missione, io andrò ad evangelizzare, ad annunciare il Vangelo, non a fare questo!". Custodivo, quindi, oltretutto, un concetto un po' negativo di questa pastorale, che adesso faceva i pugni con la scelta che stavo per compiere. A tutto questo si aggiungeva una grande impreparazione in questa dimensione, che mi costringeva a studiare attentamente il libro guida della pastorale, a muovere i primi passi in questo campo proprio come un bambino, ad ascoltare le leaders durante la visita nelle case, cercando di capire le domande che facevano, osservare gli atteggiamenti fondamentali, l'approccio con le famiglie... Insomma, durante il primo anno di visita, ho praticamente fatto l'autista delle leaders, accompagnandole.

Iniziando questa immersione nella realtà-tornio, mi è sembrato di discendere la scala indicata nella lettera di San Paolo ai Filippesi: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso (scelta fondamentale)...". Qualcosa di nuovo stava succedendo al mio modo di pensare, al mio concetto di evangelizzazione: lentamente, giorno dopo giorno, passavo da un'idea intellettuale di missione, ad un'agire missionario che si faceva carico dell'uomo, aveva cura di tutta la persona.

Questa conversione-Pasqua avveniva impercettibile anche sul fronte di uno stile di prossimità che, pur nelle sue esigenze a volte sconvolgenti, mi attirava profondamente: la nostra stessa casa, in un quartiere di periferia, esattamente come le famiglie dei nostri vicini, senza alcuna insegna che la distingua come comunità religiosa; l'essere alla portata di chiunque ci cerchi, che ha bisogno di noi, semplicemente chiamando dalla strada, sia che dormiamo, preghiamo, studiamo, abbiamo riunioni di comunità, mangiamo, facciamo il bucato o laviamo i piatti; l'essere una di loro, della gente, a cominciare dal vestire, semplice e comune, senza nessun segno se non il crocifisso, che molti brasiliani portano. A volte nel mio cuore, soprattutto agli inizi, mi sono chiesta: ma come sono segno riconoscibile dell'Amore di Dio? Si capisce che sono consacrata a Dio? Un amico sacerdote, a cui confidavo questi dubbi, mi ha aiutato a preoccuparmi di un'altra Visibilità, quella del Vangelo: nella misura in cui ti spendi per i più poveri, servi la tua gente come Gesù, si vedrà che sei suora, si capirà... Mi venivano in mente le parole di Gesù dopo la lavanda dei piedi: "Vi riconosceranno come miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri", o le parole di San Paolo: "La vostra affabilità sia nota a tutti", e sentivo che ero condotta alla visibilità dell'essere, del servire, della croce.

Farsi carico dei poveri, dei più piccoli, e non per una volta, non solo quando si è ben disposti, ma anche quando scomodano, quando stancano, quando occorre ripetere mille volte gli stessi consigli, quando si deve ricominciare tutto di nuovo, quando è mezzanotte e bisogna accorrere, quando insieme a loro si fanno tre o quattro traslochi in brevissimo tempo e si sperimenta la precarietà di non avere dove poggiare il capo, e si sta svegli di notte per la preoccupazione di non sapere dove andare l'indomani... Sì, avevo fatto voto di povertà, ma questi anni mi hanno fatto sperimentare che soltanto a fianco dei poveri, camminando con loro, partecipando della loro vita, posso compiere davvero questo cammino di povertà.

Gradatamente entravo nella realtà ecclesiale delle comunità di base, attraverso gli incontri diocesani promossi dal nostro vescovo, che mensilmente vuole che ci riuniamo, preti, religiose e laici responsabili delle diverse linee pastorali, per riflettere, verificare e programmare secondo orientamenti comuni definiti insieme. Una consuetudine che ho imparato ad apprezzare, che mi ha sorpreso un poco riluttante alla parola d'ordine del processo di cammino delle comunità di base: INSIEME! Lo stesso vescovo, un giorno, durante una discussione tra diverse posizioni pastorali, si è alzato in piedi e ha detto: "Vi chiedo per favore, vi supplico, che nella mia diocesi non avvengano esclusioni, di nessun tipo!". Era la prima volta che lo vedevo prendere una posizione così chiara e forte, ma con un'autorevolezza che mi ricordava quella dell'apostolo Paolo nelle sue lettere pastorali: "Vi supplico, in nome del Signore Gesù..."; in quel momento non era il mio vescovo l'autorità, ma il Signore Risorto, lì presente in mezzo a noi, il Vangelo che tutti noi discepoli volevamo vivere coerentemente, che stava ordinando, che metteva davanti a

noi le sue esigenze! Comprendevo la realtà di una chiesa circolare, diversa da quella gerarchica, istituzionale, che mi chiedeva di assumere le mie responsabilità, mi chiedeva partecipazione attiva, presenza e impegno, esigeva di camminare a lato, proponendo, vivendo e verificando.

Credo che il tornio della missione in Brasile abbia un po' lavorato questa mia creta, ma sento che siamo solo agli inizi... Che il Signore completi l'opera che ha iniziato!