Ma
è l’Occidente
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che continua a soffiare sul fuoco
Kizito
Renato Sesana
("Avvenire",
17/2/’08)
È difficile scrivere di Africa.
Sempre più difficile.
Soprattutto se si ama questo continente e la sua gente, e vi si è spesa quasi
tutta la propria vita da adulti, com’è il mio caso. Ho cominciato a scrivere
di Africa nel 1970, e da allora ho visto troppe genuine speranze
"frantumarsi" sugli scogli del cattivo governo e delle interferenze
esterne. Si firmano trattati di pace, ma scoppiano subito altre guerre. I
trattati diventano "carta straccia" nel giro di poco tempo, e i
conflitti armati si trascinano per anni, come "piaghe" purulente. Come
continuare a dire parole di speranza quando si parla dell’Africa?
Gli avvenimenti recenti del Kenya
sono "paradigmatici". Nel 2002 i keniani riescono democraticamente a togliere il potere dopo 24 anni! - a Daniel Arap Moi, e i primi passi del nuovo
governo sono incoraggianti. Ma presto "favoritismi" e corruzione
tornano a prevalere, il governo si spacca, l’opposizione si organizza in
quello che assomiglia a un movimento popolare. A fine 2007 la campagna
elettorale divide il paese lungo "linee etniche", e subito dopo le
elezioni, ferocemente contestate, si scatena sopratutto nella
"Rift Valley"
una violenza di una brutalità mai vista. In poche settimane quello che era un
"paese modello" per sviluppo economico e stabilità politica, il
"perno" intorno a cui ruota la sopravvivenza di diversi altri paesi
dell’Est e Centro Africa, rischia di precipitare nel "caos".
Sbaglia chi parla di "nuovo Ruanda". Il contesto è troppo diverso.
Certo, ci sono ingiustizie storiche, una "maldistribuzione" o
addirittura "non-distribuzione" delle ricchezze del Paese che hanno
creato una più che giustificabile voglia di partecipare al benessere, un sordo
e profondo risentimento nelle masse dei disperati ammassati nelle
"baraccopoli" come Kibera: ciononostante il Kenya avrebbe potuto
superare questi problemi con i suoi tempi e con le sue dinamiche interne. Senza
violenza. Sono state le pesanti "interferenze" esterne che hanno reso possibile l’esplodere
della violenza. Ciò che è avvenuto in Kenya va visto nel contesto più vasto
di una nuova "corsa" all’Africa, alle sue ricchezze. In sintesi,
fino a pochi anni fa la competizione era fra "Usa"
e Francia, ed era giocata in "sordina", con toni da finti
"gentiluomini". Adesso la
Francia è rimasta indietro e la Cina
sta emergendo come una competitrice. L’evidente supporto logistico e "massmediatico"
che "Usa" e Gran Bretagna hanno dato all’opposizione - esaltandone
gli aspetti positivi e tacendone le gravi "pecche" - è stato senz’altro
motivato anche dal fatto che Kibaki ha incominciato a guardare a Oriente: per
ragioni puramente commerciali, non ideologiche. Per tante compagnie occidentali
la perdita di contratti estremamente "lucrosi", come quello della
forniture per le auto al governo e polizia del Kenya, è una delle ragioni di
questo "voltafaccia".
Dall’inizio degli anni ’90 si verifica tutta una serie di "insipienti"
interventi occidentali che col pretesto di sostenere la
"democratizzazione" hanno causato danni enormi: l’intervento armato
in Somalia,
il sostegno dato a Mobutu prima e a Kabila poi in Congo,
il "contrabbandare" l’ugandese Museweni o il sudanese John Garang, o
l’etiope Meles Zenawi, come la soluzione ai problemi dei loro paesi, solo per
capire più tardi di aver aperto la strada a nuovi dittatori. Ma la
responsabilità di questi disastri avvenuti o "in fieri", per la
maggioranza dei "mass media" internazionali, è sempre e solo dell’Africa e degli africani che sono immaturi, violenti e "tribalisti".
La Chiesa africana in questo contesto tormentato fa fatica a trovare una proprio
identità e una propria strada. Le voci che richiamano alle esigenze del Vangelo
sono ancora troppo timide. Il secondo "Sinodo Africano", previsto per
l’anno prossimo, ha avuto dal Papa il compito di riflettere sul tema «La
Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della
pace». Niente di più urgente e rilevante.