Saverio Simonelli
Accade a tutti di imbattersi con la vita di qualcuno
solo dopo la sua morte, quando a raccontarcela sono le tracce che questi ha
lasciato.
Ecco, quella di don
Andrea Santoro è una vita che a molti lascia il rimpianto di
averne condiviso semplicemente il tratto conclusivo, e di fare oggi esperienza
di quella voce e di quel volto "solo" nelle immagini che lo
incastonano nel paesaggio più recente della sua traversata terrena: il Mar
Nero, le pendici innevate dell'Ararat, il variopinto andirivieni di una città
come Trebisonda, il cui nome è già scrigno di storie lontane. Con che
trepidazione infatti a Sat2000 si sono estratte dagli archivi le cassette di un
reportage datato 2004 sulle antiche Chiese della Turchia, dove lui, il mite e
schivo don
Andrea, inevitabilmente c'era. Fotogrammi fortunosi, anzi
provvidenziali, che in questi giorni hanno doverosamente fatto il giro delle
televisioni, restituendoci l'emozione di un incontro dal vivo, come non
l'avevamo avuto. E che scoperta, che privilegio, che emozione sentire lui che
racconta, sereno e lucido, mansueto e forte, a momenti quasi presago.
Ecco allora che la traccia di quella vita comincia a dipanarsi, che il filo si
fa sempre più spesso, e miracolosamente, tenendolo tra le nostre mani ci
accorgiamo che non di un solo filo si tratta, ma di tanti e che ciascuno ci
porta da qualche parte ed è legato ad altre mani: ci raccontano della sua
parrocchia romana, che prima era un condominio - stanze fredde da riscaldare - e
subito vediamo l'opera di tanti amici che aiutano don
Andrea: e così nasce la chiesa, la chiesa che però è un capannone,
perché lui la vuole «la più umile possibile». Ogni cosa della vita di
quest'uomo si trasforma, ogni momento ne genera un altro e i fili diventano
rete, e la rete si allarga. Così nei racconti degli amici c'è un primo viaggio
in Terra Santa, ma quel viaggio diventa subito una porta, un transito verso un
mondo diverso che ne calamita l'anima e lo porta a vivere in quell'Oriente, in
quei Paesi sedimentati di storia e arroventati dalle tensioni, dove però la
Parola era stata pronunciata per la prima volta.
E qui un altro aspetto di quest'uomo: l'amore per la Chiesa delle origini si
lega all'urgenza di un annuncio da rinverdire, da rinnovare ma nelle forme
disadorne, essenziali che lì sono ammesse.
In Oriente don Andrea aveva però trovato il «singolare privilegio di vivere
della memoria biblica» e quando guardava le falde dell'Ararat gli piaceva
pensare a quell'arca posatasi come una colomba a 5.000 metri sul livello del
mare «che testimoniano l'altezza della misericordia di Dio».
E infine, a Trebisonda, la sua vita terrena si spezza senza che sia intaccato
(come potrebbe, oramai?) quell'intreccio di amore e condivisione che lui ha
minuziosamente tessuto. Tant'è che il pomeriggio di domenica, proprio prima di
morire, pregava per un incontro di dialogo interreligioso: ancora la parola che
unisce, genera, che crea qualcosa d'altro. Ancora una rete, appunto. Pur se
piccola ai nostri occhi. Ma per quelli di Dio?
Ora che abbiamo provato a conoscerlo, don Andrea ci lascia nella memoria
anzitutto un segno, un segno che è un invito e una direzione. Fare spazio,
lasciare posto alla realtà che ci viene a visitare, accogliere nella vita le
vite, moltiplicare le esperienze in un reticolo che non si esaurisce mai.
Chissà perché a qualcuno è parso che dell'assassinio di don Andrea finora si
sia fatta "una gestione distratta, prevedibile, automatica". No, no.
Prima di giudicare, cercate di apprendere l'alfabeto semplice e nudo che questa
vita pretende da tutti, a partire da chi ne riceve l'eredità. Guai a
sgualcirla. La sua non è una delle tante vite anonime che acquistano un
attimo di notorietà e poi spariscono. La sua continua ad essere la vita di un
padre, un padre che ha generato come gli è stato insegnato a fare, perché
nelle tante cose che ci sono in cielo e in terra ha saputo vedere il disegno di
Dio. Senza pretendere di piegarlo, semplicemente lasciandogli spazio,
lasciandogli la propria vita.