ROMA

Un convegno esplora il rapporto tra i mezzi di comunicazione e Giovanni Paolo II,
primo pontefice davvero «mediatico».

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Meocci, direttore generale Rai: «Fu vera comunicazione quell’incanto della sofferenza.
Ma anche quell’uomo bianco e pieno di energia sulle vette dei monti,
o inginocchiato a baciare le terre del mondo».

Papa Wojtyla passeggia tra i suoi amati monti!

Da Roma, Saverio Simonelli
("Avvenire", 7/4/’06)

«Il Papa dei gesti, di gesti così intimamente autentici da contenere la vita e comunicarla nel modo più profondo». Per aprire il convegno sul rapporto tra Giovanni Paolo II e i media, organizzato dalla Rai, dal Centro televisivo vaticano e dalla Pontificia università Gregoriana, Alfredo Meocci, direttore generale della Rai, sceglie con estrema discrezione e profonda autenticità l'aspetto "comunicativo" della figura di Papa Wojtyla e ponendo il carisma e l'autenticità della sua testimonianza come segno di contraddizione «per la cultura dei media, sempre pericolosamente tentata dalla vanità» e che deve invece tornare a «trasmettere il volto e la sapienza dell'amore. Lo dico soprattutto da laico - prosegue - proprio perché sono molto spesso i laici a credere che non sia possibile conciliare l'antichità fanciulla dello spirito con la modernità supponente della televisione». Lo scandalo supremo per la cultura superficiale dei media è allora proprio la sofferenza. Ma questo Papa, con «l'anima del poeta» ne ha saputo comunicare «l'incanto». Questa è la chiave dell'autenticità del suo messaggio. «Se Giovanni Paolo II ha cambiato le nostre anime - continua Meocci - è perché ha fatto della televisione la sua croce. Non si è vergognato mai di apparirvi con la voce sfinita, il volto toccato dalla malattia, le mani tremanti, e di mostrare che quella sofferenza non era la sua, ma quella di tutti gli uomini». Proprio questo, secondo il presidente della Rai, è «l'incanto della sofferenza» quella che è «la vera comunicazione» che noi continuiamo a nascondere, ma che è invece l'unica cosa che ci dà una mano per amare». Tanto più credibile questo volto della sofferenza del Papa, quanto più eravamo stati abituati a vederne il suo vigore fisico, il carisma derivante dalla sua figura di uomo. «Forse nessuno è mai apparso sui video come Papa Wojtyla. Bianco e pieno di energia sulle vette dei monti, inginocchiato con la mantellina svolazzante a baciare tutte le terre del pianeta». È proprio grazie a questa testimonianza che gli uomini di mezzo mondo hanno compreso come i suoi momenti di sofferenza fossero "autentici", fosse il modo estremo con il quale Giovanni Paolo II comunicava ancora una volta la sua missione di pastore. Una testimonianza a tal punto radicale e totale da far dire a Meocci che «tutta la cultura che va contro questo principio sembra scritta sulla sabbia, mentre il volto di Giovanni Paolo II, specchio di fuoco di tutti i dolori del mondo, incide l'anima così come il giardiniere fa con il frutto del Sicomoro». Nell'utilizzare questa metafora Meocci si collega direttamente ad un insegnamento del successore di Papa Wojtyla, l'allora cardinale Joseph Ratzinger che nel 2000, durante un convegno su Giubileo, cultura e informazione, affermò che la «più alta cultura e la più alta informazione devono essere come il taglio che il giardiniere fa sul frutto del sicomoro affinché possa maturare». Allo stesso modo, ha proseguito Meocci «la nostra anima si libera solo se la cultura è in grado di ferirla». È evidente che il problema diventa quindi per noi quello di incanalare questa forte offerta di senso che una cultura vissuta e testimoniata in tale maniera può dare attraverso i canali molto meno adeguati dell' "informazione", un termine, spiega Meocci «che talvolta sembra imbarazzare per quanto questa parola risulti oggi così moralmente svilita». Per questo, in conclusione dell'intervento, il presidente della Rai è tornato sul concetto di autenticità, esaminandolo questa volta da parte della domanda, cioè del punto di vista di chi si rivolge alla televisione, all'informazione e alla cultura. «I giovani oggi ci danno un segno. Stanchi delle discoteche, si iscrivono alle scuole di ballo, esausti di accademie modaiole, popolano corsi di pittura, di scrittura creativa, di musica. C'è in loro un desiderio di comunicazione e che ciò avvenga con mezzi veri. È quindi necessario avere a cuore proprio chi assapora nel profondo il senso della parola comunicare, dando il giusto peso ai fini e ignorando la tentazione dei mezzi, perché la vera vita non si vende mai all'apparenza, ma rimane in fondo al cuore». Proprio per questo tipo di utenti nuovi e motivati dei media «la Chiesa potrebbe ritornare il luogo d'arte di un tempo». E questo per Meocci non è un semplice auspicio, ma una certezza corroborata dall'esempio di Giovanni Paolo II. «Anche questo ci ha lasciato in testamento Giovanni Paolo II - ha concluso - ed è già un primo miracolo per la sua santità, perché pur nel dolore non ha mai smesso di vedere la bellezza della vita. Lo comunicava quel grande Papa poeta, seguito dallo Spirito della parola».