La denuncia del fenomeno del "machismo"

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Benedetto XVI ha stigmatizzato la forma estrema
che finisce con l’incoraggiare un doppio "standard" morale.

Paola Ricci Sindoni
("Avvenire", 18/5/’07)

Non è passata inosservata la pista di approfondimento sul ruolo della donna nella società e nella Chiesa che, nel suo discorso inaugurale della "V Conferenza generale dell'Episcopato latino-americano e dei Caraibi", Benedetto XVI ha affidato all'attenzione di quanti - il continente femminile in particolare - hanno a cuore l'uguale dignità e responsabilità delle due dimensioni dell'umano, espresse - sin dall'origine - dalla femmina e dal maschio. A precisarlo è Sandra Ferriera Ribero, fisica, esperta in sociologia delle religioni e uditrice a quell'importante consesso episcopale. Nell'incontro di ieri l'altro con la stampa non ha mancato di notare come il Papa abbia puntato il dito sulla piaga dolente delle società latinoamericane rappresentata dal fenomeno del "machismo", che trova il suo corrispondente speculare nel cosiddetto "marinismo". Questa rigida demarcazione dei ruoli sessuali all'interno delle famiglie nell'America latina è il prodotto di una secolare sedimentazione culturale, ancora lontana dall'esaurirsi, nonostante l'emergere di nuovi ruoli femminili alternativi come l'"hembrismo", sviluppatisi con molta forza e flessibilità nella coscienza femminista di quei Paesi, nel tentativo di preservare la propria identità all'interno di una più egualitaria rappresentazione sociale dei due generi. Benedetto XVI ha esplicitamente stigmatizzato il "machismo" quale forma estrema che finisce con l'incoraggiare, all'interno delle famiglie, un doppio "standard" morale. Da una parte il maschio, il cui codice culturale lo pone in una posizione di predominio, espressa anche nei comportamenti sregolati che rendono ammissibili le avventure "extramatrimoniali", con il conseguente forte distacco affettivo con i membri femminili della famiglia a cui ci si rivolge con aggressività fisica e mentale. Altro segno del "machismo" è obbligare la donna - e non solo la moglie - ad avere molti figli, che saranno poi abbandonati, rimanendo a carico delle madri. Dall'altra parte è ancora prevalente - e non soltanto nelle classi meno abbienti - il corrispondente culturale del "marinismo", il cui concetto base è che la donna - rifacendosi nominalmente a Maria, la Madre evangelica - è spiritualmente migliore del maschio, e perciò capace di sopportare tutte le sofferenze inflitte dagli uomini: è il complesso della "donna martire" secondo il quale le donne devono sopportare i comportamenti "machisti" per sacrificare se stesse a favore dei bambini, del marito e della famiglia. Va da sé che questa violenta riproposizione oppositiva dei ruoli sessuali, con pesante ricaduta sul piano dell'educazione, non può che preoccupare i pastori, soprattutto il Papa che indica nuove strade per trasformare dall'interno delle relazioni umane il duplice ruolo del femminile e del maschile, anche guardando al duplice profilo della Chiesa che accanto alla figura petrina affianca quella di Maria, che non ha nulla a che fare con il "marinismo", ma che rappresenta la forma concreta e responsabile dello sviluppo armonico delle potenzialità femminili. C'è da augurarsi che una rinnovata "mariologia" latinoamericana possa incontrarsi con le forme più aperte dell'"hembrismo".