INTERVISTA

Il "j’accuse" di Paolo Landi, autore di un "pamphlet" dedicato alla "Rete":
si cerca democrazia, ci si impiglia nel "marketing".

RITAGLI     "Internet" ora è come Babele     DIARIO

Nel febbraio dell’anno scorso - un mese a caso -
il nome più "cliccato" è stato "San Valentino".

L’illusione dell’onnipotenza non cambia la realtà quotidiana.
Il caso del messaggio di Hillary Clinton,
che nella sua semplicità ha coinvolto l’informazione planetaria:
la "quintessenza" del "web" è la stessa della pubblicità.

Rossana Sisti
("Avvenire", 10/10/’07)

Un mese a caso: febbraio 2006. Realizzata da "Google", la classifica dei nomi più "cliccati" in Italia rivela una "top ten" piuttosto curiosa dove "San Valentino" sta al primo posto e poi a seguire, in ordine, si piazzano Olimpiadi Torino, Grande Fratello, Carnevale, Juventus, Valentino Rossi, Milan, Ronaldinho, Carolina Kostner, Torino. Sorpresi? Non è esaltante che il navigatore italiano alle prese con la grande promessa di "Internet" - tutta la conoscenza del mondo nelle proprie mani a ogni ora del giorno e della notte - si accontenti di annaspare tra quel che già conosce e usi il computer come la tv. Tant’è: l’onnipotenza è eccitante ma non si possono cercare parole che non si sanno.
Un miliardo di utenti di Internet, ottanta milioni di "blog", cento milioni di video di "You Tube", 250mila registrazioni al giorno di "My Space" sono numeri "stratosferici". Porte spalancate sul pianeta, la più grande comunità democratica trasversale mai esistita, si dice. Ma quali relazioni autentiche si sperimentano lì, quale avanguardia democratica o quale rivoluzione del pensiero attraversano il pianeta con la voce di quelli che si connettono e s’incontrano su Internet? La "Rete" ci ha cambiato la vita, della Rete siamo entusiasti. Eppure non è un esercizio "snob" guardare dentro questa euforia generale e cercare di capire le contraddizioni, i luoghi comuni e le "fascinazioni" indotte dal "Web", persino le bugie che ci racconta chi attraverso il vasto mondo virtuale fa grandi affari reali.
Paolo Landi, il rischio di essere scambiato per un detrattore della modernità lo ha messo in conto, ma chi ha già letto il suo "pamphlet" sulla tv ("Volevo dirti che è lei che guarda te. La televisione spiegata a un bambino") sa che non è così. "Impigliati nella rete", da oggi in libreria per i tipi di "Bompiani" non è un libro contro la Rete, dice, «semmai contro l’infatuazione di massa per la Rete; è un tentativo di controinformazione su Internet».
Un manuale che mette in guardia dall’esaltazione che rende ciechi agli inganni e facili prede dei meccanismi di mercato. Direttore pubblicità di "Benetton", docente di "marketing" all’Università di "design" e arte "Iuav" di Venezia, Landi guarda alla Rete non per negarne l’utilità o denigrarla, semplicemente con occhio clinico e critico. Del resto, suggerisce: «Dire che il re è nudo non significa che il re smette di essere il re. Vuol dire smettere di ammirare i suoi vestiti».
È una moderna mitologia che Landi fa a pezzi, pagina dopo pagina, svelando il mare di luoghi comuni, false apparenze e retroscena che si giocano sul "web". Il mito dell’onnipotenza e della velocità per esempio, ovvero il mondo ai tuoi piedi, "on demand". «La grande illusione. La rete - spiega Landi - spalanca il mondo virtuale ma chiude quello reale. Bisogna stare attenti a non confondere Internet con la totalità dell’esistenza, il luogo in cui ci si incontra, si lavora, si acquista, si gioca e s’impara come nella vita vera. La conoscenza è prima di tutto esperienza. È un’illusione pensare di possedere velocemente tutto il sapere del mondo: "Wikipedia", la più grande enciclopedia "on line", non potrà mai sostituire la scuola. Dà accesso alle informazioni ma non educa, non dice cosa, come o perché filtrarle e selezionarle. Accettarle o contestarle. In questo la Rete è terribilmente classista: chi ha già una cultura, chi ha fatto una buona scuola saprà orientarsi e selezionare, molti altri no.
La Rete ci "blandisce" con la promessa di informarci in tempo reale, di fare tutto seduti al computer e ci fornisce pure l’alibi, con la connessione perpetua, di non essere mai soli quando siamo soli. In realtà, in barba all’illusione di dominio sul mondo, davanti allo schermo è la Rete a guardarci, nel nostro profilo di consumatori. «Otto secondi è il tempo lampo utile per catturare l’attenzione di un visitatore in un certo sito - spiega Landi - perciò la Rete cercherà di impigliarci, di darci meno vie di fuga possibili, di portarci dove qualcuno ha selezionato e organizzato per noi, esattamente come si fa con i "palinsesti" tv, una strada da farci percorrere. Non illudiamoci: dietro lo schermo della più liberale delle democrazie c’è il solito dominio dei marchi, del mercato, dello "shopping", degli affari». Ed è più facile incontrarsi per compare un orologio o un telefonino o guardare un cane che balla la "macarena" che per parlare di cose serie. «Non c’è nulla di male nel commercio - puntualizza Landi - in un mondo che produce si deve pur consumare. Ma non scambiamo il supermercato per la democrazia. Che c’entra il commercio con la rivoluzione?». Il mito della condivisione è un’altra delle grandi falsità del "Web": aprire un sito, mettere in rete un filmato, lanciare un sondaggio, una campagna di protesta, si fa in pochi minuti. Ogni secondo nasce un nuovo "blog" su Internet. Ciascuno pensa così finalmente di partecipare alla creazione o allo scambio di conoscenze, di essere protagonista, ma pian piano il diario diventa un negozio aperto alle consultazioni e ai personali consigli per gli acquisti.
«Un gigantesco "bluff" - continua Landi - tra centinaia di migliaia di voci e di tracce lasciate in rete, quanto mai potrà contare ogni singola opinione?». La rete e i "blog" assomigliano allo "Speaker’s Corner" di Hyde Park a Londra, dove chiunque, ciarlatano o intellettuale, può salire su uno sgabello e manifestare liberamente le proprie opinioni.
Peccato che le denunce finiscano per rimanere rumori di fondo di un mondo saturo di comunicazione.
«Internet - prosegue Paolo Landi, citando la cosiddetta obiezione di "Babele" - garantisce a chiunque cinque secondi di celebrità, il problema è: a chi si vuole parlare e a chi interessa davvero quello che ciascuno ha da dire? Quando a tutti è concesso di parlare non si riesce più a sentire nessuno. O meglio riescono a farsi sentire i soliti noti, quelli che hanno già un seguito e un loro potere». Uno alla "Grillo", per intendersi, che ha seguaci, sulla Rete, in teatro come in piazza. «Per candidarsi alle presidenziali americane Hillary Clinton ha affidato alla rete in gennaio un video, "superleggero", per non escludere neppure i collegamenti lenti, e brevissimo per catturare anche il visitatore occasionale. E così ha bucato il muro dell’informazione planetaria, tutti ne hanno parlato. Con il suo "spot" lampo - dicendo semplicemente: "Ci sono anch’io. Non lancio una campagna, inizio una conversazione. Avanti, parliamo, chiacchieriamo, cominciamo un dialogo!" - , Hillary ha interpretato la "quintessenza" del "web" che è poi la stessa della pubblicità. Faccia nota, messaggi veloci, semplici e sintetici, persuasivi. Risposte semplificate a domande sintetiche. La macchina del consenso a saperla usare funziona a meraviglia. Non è necessario entrare nel pensiero di un altro, né andare in profondità». Troppo complicato.
Meglio anche della tv.