ANTONIO SPADARO
La poesia: farfalla
infilzata conchiglia marina?
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Relazione al Convegno sulla letteratura «La
poesia. Vivere nella possibilità»,
organizzato da "Pietre di scarto" e da
"Bombacarta" a Reggia Calabria dal 3 al 5 Aprile 2008.
La poesia è una «forma di vita», potrei addirittura dire che è la vita che prende forma. Quando una vita prende forma? Quando davanti a lei si aprono possibilità. Una vita prende forma non quando è determinata, necessitata, ma quando davanti a essa si dispiegano opportunità, aperture, possibilità. Vivere è vivere nella possibilità, come ha scritto in un suo verso la poetessa statunitense Emily Dickinson (18301886): I dwell in Possibility. Per la Dickinson il poeta guarda e vede ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma egli ha la funzione di dischiudere le immagini è distillare significati:
«Svelatore d'Immagini,
è Lui, il Poeta».
In questo svelamento vi è anche una dimensione «esplosiva» così che lei può parlare allusivamente della poesia come di una bomba presa e stretta al petto:
«Afferrammo una Bomba
– e la stringemmo al Petto –
anzi la stringiamo».
Cosa fanno i poeti, dunque? In che cosa
consiste questa dimensione esplosiva della poesia?
Quali sono le sue caratteristiche salienti? Come descriverla? Nelle riflessioni
del teologo gesuita
Karl Rahner, uno dei pensa tori migliori del Novecento, è possibile trovare
alcune riflessioni poco note sulla poesia, che mi hanno aiutato a comprendere
meglio ciò che i versi di Emily Dickinson mi avevano
aiutato a intuire. Rinvio al volume La grazia della parola. Karl Rahner e la
poesia (Jaca Book, 2006) per una analisi critica del suo pensiero. Qui
semplicemente mi farò come guidare per mano sia da Rahner sia dalla Dickinson
nel tentativo di parlare della parola poetica.
Il poeta pensa in versi. La parola poetica non è l'espressione esteriore di un
pensiero che, anche senza la parola, potrebbe esistere altrettanto bene. La
parola è un «pensiero incarnato», non semplicemente l'aspetto esteriore del
pensiero. La parola è qualcosa di più originario del pensiero. Si pensa in una
lingua, e là lingua precede e accompagna il pensiero. E questo vale in maniera
eminente per il poeta. Non c'è un pensiero che precede il suo darsi in versi,
in parole. Il linguaggio poetico si esprime in figure, non in riflessioni e
queste figure possono far «dire» più di quanto la riflessione riesca a fare.
E questo perché, come diceva Oscar Wilde, lo scrittore non può pensare in
altro modo che in forma di racconto: pensa in inchiostro, come lo scultore
«pensa in marmo» e così via. Per questo motivo le varie lingue non sono
intercambiabili.
Lingue diverse possono essere comprese e anche tradotte, ma non per questo le
lingue sono equiparabili a una serie di facciate, di cornici esterne dietro le
quali si annida semplicemente e unicamente lo stesso pensiero. Insomma, ci
possono essere traduzioni, ma non sostituzioni. La lingua non è soltanto la
cornice esterna di un quadro. Così la noche
di Giovanni della Croce non è la Nacht di Nietzsche o di Novalis. L'agape della
Lettera ai Corinzi non è solo una diversa applicazione dell'amore dei popoli
indoeuropei. Gli esempi si possono moltiplicare. Tutti comunicherebbero
l'istanza dell'assoluta unicità della parola poetica. La parola poetica dunque
non è l'espressione di un pensiero precedente, ma è il fiorire del pensiero
davanti al mondo. Le parole poetiche sono le prime parole del pensiero che si
confronta col reale dentro una lingua. È come la lava che esce incandescente
dal vulcano.
Le parole, poi, non sono identiche le une alle altre, non hanno lo stesso peso specifico, anche all'interno della stessa lingua, come fossero oggetti intercambiabili. Karl Rahner pone una differenza fondamentale tra parole che sono come «farfalle morte, infilzate nelle vetrine dei vocabolari», e parole viventi, che esistono da sempre e che, «quasi per miracolo, rinascono continuamente». Queste ultime, anche attraverso l'indicazione di una cosa sola, «lasciano trasparire la infinita gamma della realtà, simili a conchiglie dentro le quali risuona il vasto mare dell’infinità. Sono esse che ci illuminano e non noi ad illuminarle. Esse esercitano un potere su di noi, perché – scrive Rahner - sono doni di Dio e non invenzioni umane, anche se è grazie alla tradizione degli uomini, che sono potute giungere sino a noi». La conchiglia (Muschel) è l'efficace simbolo per dire l'infinità presente nella finitudine della parola. Le parole che sono «farfalle morte» sono senza mistero, superficiali, sufficienti per la mente, utilitarie (Nutzworte). Le parole-conchiglia sono oscure, perché «evocano il mistero luminosissimo delle cose». Sono queste le parole della poesia, le parole, «primigenie» o, meglio ancora, «originarie», dell'origine (Urworte). In questa parola l'uomo accosta «l'orecchio alla conchiglia del mondo». Il mondo, a sua volta, è conchiglia ha scritto il poeta bresciano Giovanni Cristini (1925-1995):
L'universo non è
che un geroglifico immenso, un grumo
di segni, una conchiglia, un nido
indecifrabile agli occhi
della mente e del cuore».
La parola poetica non è un righello che squadra, ma un luogo di evocazione e di risonanza. Insomma la parola evoca ciò che nomina e lo fa scaturire dal fondo dal quale proviene e nel quale rimane nascosto. Ciò trova conferma in varie dichiarazioni di poetica di scrittori e artisti della parola, come anche nelle loro opere. Notiamo, ad esempio, che nella Ballata dalle arcate di Wawel il poeta Karol Wojtyla, Giovanni Paolo II, contrappone l'immagine di santo Stefano martire che sopra di sé contempla i cieli aperti e quella di Pitagora, figura del filosofo senza fede, del pensiero calcolante, che per comprendere prende le misure, inquadra e squadra:
«Non misurerai, non
misurerai Pitagora, non chiuderai nella cifra, nel chilometro.
Non avvicinare di notte alla volta celeste i compassi, le scale».
La vita non è questione da affrontare con righello e calcoli. Lo ha scritto nella sua Metodologia il poeta messinese Bartolo Cattafi (1922- 1 979):
«Inutile farla lunga,
girarla, rigirarla
allo spiedo, al rovello
dell'attenta osservazione, l'analisi, la sintesi,
i discorsi sul metodo.
Si muore dalla noia.
C'è un modo d'aggredire la questione:
col coltello».
Occorre la luce d'«altro fuoco» per giungere
all'«osso» o all'«anima» del reale, secondo il poeta. La parola poetica vive
di questo fuoco. L'uomo ha bisogno di udire tali parole, di stare ad ascoltarle
a lungo.
Le parole poetiche sono parole della possibilità, parole che dispiegano
possibilità di significato e di comprensione; parole che rendono il mondo
conchiglia. Sono parole che aprono, non che chiudono e definiscono. Le parole
sono finestre e conchiglie, mani che sono disposte a dare e ad accogliere.
Qual è la differenza tra parole originarie e parole utilitarie? Le prime sono
le parole di Adamo. In esse le cose si manifestano nelle parole così come se
fossero al primo giorno della loro creazione. C'è ancora l'eco del Big Bang,
della sua forza propulsiva e mantiene l'eco dello scoppio. C'è in esse una
freschezza che ancora profuma delle sue origini recenti, della sua creazione.
Henry David Thoreau in una conferenza del 1851 dal titolo Walking scrive
che poeta dovrebbe esser colui che sa usare le parole trapiantandole sulla
pagina «con la terra ancora attaccata alle radici» (with earth adhering to
their roots), parole vere, forti e naturali da schiudersi come gemme
all'annunciarsi della primavera (true, and fresh, and natural that they would
appear to expand like the buds at the abbroach or spring).
E vero che la realtà esiste anche se non è conosciuta e affermata, ma questa realtà riceve intensità esistenziale quando perviene alla parola: è ciò che ci comunica Adamo che nomina la creazione. Il poeta è colui che in modo denso e ricco prosegue l'opera di Adamo: «Il poeta - scrive Karl Rahner - non è un uomo che dice con superflua ricchezza di immagini e con fare compiaciuto, mediante le rime e con un profluvio di parolette sentimentali, ciò che altri - i filosofi e gli scienziati - hanno detto in un' modo più chiaro, più oggettivo e più comprensibile». Il rischio sempre in agguato è quello di vedere nella parola poetica solamente una felice illustrazione di ciò che potrebbe essere detto più brevemente e con più precisione e restare fissato con un concetto. Qui si tratta di cercare il potere proprio della parola poetica nel dire ciò che nessun altro tipo di costruzione speculativa potrebbe giungere a esprimere. Un genio poetico quale fu il gesuita francese François Varillon nelle sue ampie Traversate di un credente (Jaca Book, 2008) ha inteso la poesia come «un senso acuto e doloroso dell'insufficienza della ragione discorsiva per illuminare il mistero dell'anima».
Il potere proprio della parola poetica è la freschezza, cioè il dischiudersi delle possibilità che si aprono come «gemme all'annunciarsi della primavera», nella certezza, come scriveva il poeta gesuita inglese Gerard Manley Hopkins (1844-1889), che «vive in fondo alle cose la freschezza più cara» (There lives the dearest freshness deep down things). È questo un verso preziosissimo, che ho usato come titolo per una antologia delle sue poesie appena pubblicata da Rizzoli, e che il domenicano Pierre-Marie Emonet ha usato per una sua introduzione alla filosofia dell'essere.
Allora ha ragione la Dickinson ad affermare:
«I Poeti non accendono che
Lampade –
essi stessi e poi spariscono
ma le Fiammelle che stimolano –
se vitale è la Luce
durano come i Soli».
Il poeta coglie l'esperienza in modo luminoso, svelando significati inediti e sapori nuovi:
«Da Calici scavati nella
Perla
assaporo un liquore mai gustato».
In questa sorta di profonda percezione del
senso dell'esistenza e dell'avventura della vita vivono le esplosive tensioni e
le contraddizioni della poesia.
La parola primigenia evoca la realtà di cui parla e la rende presente. È
chiaro dunque che quando il poeta scrive in una sua poesia la parola «acqua»,
essa può avere un significato ben diverso rispetto a quello che le attribuisce
un chimico pensando alla formula H2O: l'acqua che l'uomo vede e che
il poeta canta non è un elogio poetico dell'acqua del chimico. Non c'è affatto
da dubitare o sospettare del chimico o del fisico, ovviamente. È solo da
precisare che per il chimico la parola acqua deve avere un contenuto preciso e
definito, mentre per il poeta no. Per il poeta le parole restano «dense e
scintillanti insieme»; per il chimico invece la parola acqua è uno strumento
che riduce la cosa rappresentata alla sua
pura oggettività. Le parole poetiche rendono presente l'acqua.
Esse «possiedono una semplicità, che racchiude in sé ogni mistero». Il vero
poeta dunque è colui che possiede il dono e la vocazione di liberare le parole
dalla sfera di un oggettivismo castrante.
Quindi comprendiamo che le parole primigenie non sono semplicemente alcune e ben
precise parole: sono tutto il linguaggio dell'umanità che riesce a strappare le
cose dalle loro tenebre per portarle alla luce. Esse sono un dono e come tali
vanno accolte. Sono parole - elenca Rahner - come «fiori, notte, stella e
giorno, radice e fonte, vento e sorriso, rosa, sangue e terra, fanciullo, fumo,
parola, bacio, fulmine, respiro, quiete». A esse si addice un infinito
sconfinamento, scrive Rilke:
«Siamo forse qui per dire solo:
casa,
ponte, fontana, porta, «. mandorlo,
brocca, finestra,
o, al più, colonna, torre... o per dire, intendi,
oh dire veramente come le cose nell'intimo
mai s'immaginarono d'essere».
E la Dickinson gli fa eco:
«Fu questo un Poeta - Colui che
distilla
un senso sorprendente da ordinari
Significati, Essenze così immense
da specie familiari
morte alla nostra Porta
che stupore Ci assale
perché non fummo noi
a fermarle per primi».
È la precisione che potenzia la capacità
evocativa della parola poetica, non la sua vaghezza. La precisione del
dettaglio, eliminando ogni approssimazione, spinge il lettore a fare esperienza.
Essa rende reali le emozioni, evitando eccessi di astrattezza e sentimentalismo.
Maupassant affermava, del resto, che non c'è ferro che possa trafiggere il
cuore con più forza di un punto messo al punto giusto. Lo scrittore
statunitense Raymond Carver, dopo aver letto la frase di Maupassant, commentò:
«Era proprio quello che volevo fare con i miei racconti: mettere in fila le
parole giuste, le immagini precise, ma anche la punteggiatura più efficace e
corretta, in modo che il lettore venisse trascinato dentro e coinvolto nella
storia, e non potesse distogliere lo sguardo dal testo a meno che non gli
andasse a fuoco la casa».
Questa precisione porta la parola a «sconfinare»: «Possono parlare di
qualunque cosa, ma alludono sussurrando -
sempre a tutto. Quando si vuole misurare la loro circonferenza, quando si tenta
di circoscriverle, ci si smarrisce sempre nell'infinità», scrive Rahner. Le
parole dunque portano in sé una luminosa oscurità. La conoscenza che offrono
evoca sempre il mistero. È sempre una conoscenza oscura e non analizzabile come
lo è la realtà stessa. Anzi, tramite queste parole la realtà si impadronisce
di noi e ci conduce nelle sue profondità.
Se la parola è veramente «poetica», allora essa avrà la capacità di colpire il centro dell'uomo, il suo cuore. Sono «parole del cuore»: non parole sentimentali, né parole puramente razionali. Occorre dunque esercitare prontezza e capacità di percezione perché le parole non scivolino sulla superficie dell'uomo affaccendato, non soffochino nell'indifferenza e si perdano fra le chiacchiere. Queste parole sono come «una lancia», colpiscono «le più intime profondità umane uccidendo e ravvivando, trasformando, giudicando, graziando». Esse riconciliano, liberano il singolo dal suo isolamento e dalla sua solitudine, e fanno sì che in ciascuno ci sia il tutto: parlano di un uomo e ci rendono familiari con l'uomo. La poesia parla di un'esperienza particolare, singolare. Eppure la parola poetica è in grado di universalizzare quell'esperienza: il dolore o la gioia di uno (autore, personaggio...) diventano quelle di ogni uomo, e del lettore in particolare.
Allora è vero quel che scrive la Dickinson: la poesia è vivere nella possibilità. Non nella probabilità, ma nella possibilità, nello spazio in cui il mistero del mondo si dispiega inesauribilmente. La sua casa ha finestre più numerose, stanze alte e impenetrabili e il suo tetto è il cielo, cioè non c'è. È una casa singolare, la poesia: è lo spazio di una apertura. E la Dickinson scrive in un'altra poesia:
«Se in una Grotta tentavo di
nascondermi,
le Mura si mettevano a gridare –
il Creato sembrava un potente Spacco –
per lasciarmi scoperta».
La poesia è una maniera di riflettere e cercare, di stare esposti al grande «Spacco» (Crack) che è un altro modo per dire il mistero del reale, davanti al quale si rimane sempre scoperti.
L'OSSERVATORE ROMANO
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