INTERVISTA

Parla la filosofa che ha scritto un libro sul sentimento studiato da Edith Stein:
un pensiero che va oltre il romanticismo.

RITAGLI   Laura Boella - Edith Stein:   DIARIO
empatia è «sentire l'altro»

«Un’emozione che viene prima della simpatia o della compassione.
Se ci troviamo "abitati" da altri siamo più disponibili ad accogliere e ospitare».

Suor Teresa Benedetta della Croce, Santa Edith Stein (1891-1942)...

Paola Springhetti
("Avvenire", 28/6/’05)

Un antidoto alla povertà dell'esperienza, uno strumento per fare maturare relazioni, una chiave di lettura dei fenomeni che aiuta a liberarsi dal romanticismo consumistico dei nostri giorni. Tutto questo può essere l'empatia, cioè la capacità di sentire l'altro, attraverso le infinite possibilità che in questo senso ci offrono le nostre emozioni, ma anche il nostro corpo e la nostra mente. "Sentire l'altro, conoscere e praticare l'empatia" è il titolo dell'ultimo libro della filosofa milanese Laura Boella (Raffaello Cortina editore, euro 11,50) che nel suo studio si preoccupa, prima di tutto, di fare chiarezza sulla parola: «Attorno alla famiglia di termini legati al concetto di empatia c'è una grande confusione», spiega. «Spesso viene usato come sinonimo di simpatia, di compassione, qualche volta perfino di amore o, semplicemente, di comunicazione. Credo invece sia necessario operare delle distinzioni, per non confondere l'empatia - che io intendo fondamentalmente come il sentirsi in relazione con l'altro - con i sentimenti che dalle relazioni nascono. L'empatia è un fatto primario, è il momento della scoperta che siamo in relazione con l'altro: è questa scoperta che costituisce la base, poi, per le diverse forme di affettività, che ci legano o anche ci separano dagli altri».

Dunque l'empatia è cosa diversa dalla simpatia, dal gioire o soffrire assieme?
«Benjamin faceva notare che, quando una persona ci guarda, alziamo la testa. È un atto istintivo, che però indica che la nostra gestualità è originariamente in relazione con gli altri. L'empatia, parte da qui, da questa istintualità, ma bisogna sottrarla alla casualità. Questo però non vuol dire fare un salto passando subito ai sentimenti di altruismo, amore, solidarietà: sarebbe un passaggio troppo rapido, che non ci aiuta a interpretare situazioni della vita quotidiana in cui le relazioni non assumono queste caratteristiche. È possibile, per esempio, scambiarsi uno sguardo e poi non diventare amici…».

Lei dichiara, nel libro, di partire dal pensiero di Edith Stein, che definisce «incompiuto e insieme denso di sviluppi». Perché?
«Ritengo Edith Stein la pensatrice dell'empatia, perché ha raccolto un input che veniva da Husserl e, a differenza del suo maestro, lo ha sviluppato. Solo che la vita non le ha concesso la possibilità di continuare la sua ricerca, che tra l'altro si inseriva nel progetto molto più ampio - anch'esso rimasto incompiuto - di costruire una teoria della persona».

Uno dei temi maggiormente oggi avvertiti è quello della diversità e della difficoltà delle persone di stabilire rapporti con chi è diverso (culturalmente, religiosamente, ma anche per età o per sesso o per appartenenza politica…). L'empatia ci aiuta ad affrontare questo problema?
«L'empatia ci mette di fronte al fatto che l'altro fa parte di noi prima ancora che ce ne rendiamo conto. L'altro, che ci sconvolge sul piano sensibile, corporeo, emotivo, occupa uno spazio precedente rispetto a quello che poi, con la nostra maturazione, chiameremo Io. L'altro ci struttura molto prima del momento in cui arriviamo a dire di possedere una identità autonoma e unica. L'empatia, dunque, è una preparazione all'incontro con l'altro che passa attraverso una nuova conoscenza di noi come persone abitate, strutturate in gran parte dagli sguardi, dai gesti e dalle parole con cui gli altri si avvicinano e si allontanano da noi. Nel momento in cui ci sentiamo abitati dall'altro è chiaro che siamo anche più disponibili ad accoglierlo e ospitarlo».

Accoglierlo sempre?
«Non intendo queste due parole, "accogliere" e "ospitare", come immediatamente buone. Vogliono dire semplicemente essere disposti ad affrontare quella avventura spesso complicata del prendere le misure, del non lasciarsi invadere, del cercare di capire una persona diversa da noi».

L'empatia è solo un atteggiamento spontaneo, o è qualcosa che si impara?
«Tutte e due le cose. Empatizzare è una dimensione costitutiva del nostro sentire (non decidiamo di provare un'emozione, che nasce indipendentemente da qualunque decisione intellettuale o della volontà), è dunque una facoltà, una competenza relazionale. Ma, come tutte le capacità, deve essere esercitata, mentre oggi mi sembra disattivata, in quanto abbandonata alla sua casualità. Quella in cui oggi viviamo è una cultura sentimentale, che si fonda sui miti romantici dell'amore, dell'amicizia, della compassione… In realtà tutto questo va voluto, gestito. Invece la nostra cultura non prevede altre forme di coinvolgimento tra persone se non da una parte l'attrazione sessuale (l'eros), dall'altra il dolore (e dunque la carità cristiana): tra questi due estremi, c'è il vuoto coperto di miti romantici».

Può accadere che l'empatia non ci aiuti?
«Siamo abituati a pensare che, quando un rapporto non funziona, allora è fallito. Se, per esempio, mio figlio non mi parla, allora io ho fallito il mio ruolo di madre. Invece l'empatia ci insegna che anche il fallire è pur sempre una forma di relazione, quella forma che essa assume in un momento particolarmente difficile. Leggerla in questo modo favorisce il rilancio della relazione stessa, la sua maturazione. Praticare l'empatia vuole dire riconoscere la relazione anche quando è piena di ostacoli e cattivi funzionamenti. È, ancora una volta, andare contro la cultura sentimentale che riconosce solo le relazioni "belle"».