INTERVISTA

Mentre inizia il "G8" in Giappone,
il "Premio Nobel" per la pace, che ha inventato il "microcredito", lancia un "j’accuse". 

RITAGLI    Muhammad Yunus: «La povertà? Si può vincere»    MISSIONE BANGLADESH

«È un problema di volontà politica.
Purtroppo molti governi rappresentano il mondo degli affari, non la loro gente».
«Al "vertice" dei "Grandi" vedremo se ci sono solo "leader" dalle vedute ristrette,
o se ve ne sono di grande "statura", "visionari" per il futuro».

MUHAMMAD YUNUS, fondatore della "Grameen Bank" (Bangladesh).

Da Roma, Paola Springhetti
("Avvenire", 8/7/’08)

In una serata dalla temperatura "pietosa", Muhammad Yunus potrebbe anche godersi il "ponentino", cenando all’aperto in uno dei tanti ristoranti di Roma. Peccato che un immigrato del suo paese, il Bangladesh, lo veda, e lo saluti. Lui è molto cordiale, si alza, lo abbraccia. Un giro di "Sms" e dopo un po’ arriva un altro immigrato, e poi due, e poi tanti. Non c’è riposo per il "Premio Nobel" per la pace, fondatore della "Grameen Bank" e inventore del "microcredito", cui si riconosce il merito di essere riuscito a migliorare sensibilmente le condizioni di un paese che era fra i più poveri del mondo.
Il suo ultimo libro si intitola "Un mondo senza povertà" ("Feltrinelli"), titolo che rispecchia la sua non scontata convinzione del fatto che la povertà si possa sconfiggere. «Lo credo fortemente», spiega. «E lo si può fare in tempi brevi. La povertà non appartiene all’essere umano, viene imposta artificialmente alla gente. Basta eliminare le forze che l’hanno creata».

Quali sono queste forze?

«Il fatto che la teoria, o la struttura teorica economica è incompleta. C’è una mancanza di fondo nella costruzione delle istituzioni. Le banche, ad esempio, erogano prestiti solo a gente che già ha soldi. Solo quando tutti avranno accesso al credito, allora potranno prendersi cura di sé. Se non ho denaro, non posso fare altro che fare lo schiavo: questo è il risultato di un fallimento istituzionale, di una incompletezza».

E fin qui, niente di nuovo: queste sono le idee su cui ha fondato il "microcredito". Ma poi ha fatto un passo avanti: insieme alla "Danone" ha fondato "Grameen Danone", un’azienda senza scopo di lucro che produce "yogurt" per i bambini "malnutriti" del Bangladesh. Un esempio concreto di quel «social business» che vorrebbe lanciare a livello planetario.
Perché il "business sociale" è la nuova frontiera della lotta alla povertà?

«Il concetto teorico di "business" è molto limitato, perché si fonda sul concetto che l’essere umano è una "macchina" per fare soldi. È come se, quando entra nel mondo degli affari, l’essere umano si mettesse degli occhiali che gli permettono di vedere come unico obiettivo soltanto l’utile, l’utile, l’utile. Ma l’occhio umano non è fatto per questo: è la teoria che ha creato questi occhiali. Il risultato è che per l’utile si creano molti problemi alla gente: povertà, malattie, degrado ambientale».

Però nel "vertice" della "Fao" sulla fame nel mondo dei primi di giugno non abbiamo visto governi molto disponibili a lottare contro la povertà. Non è solo un problema di mercato, ma anche di volontà politica.

«Anche i governi rappresentano il mondo degli affari. Quello che conta davvero è che io e lei vogliamo che la povertà sparisca. Se lo vogliamo noi, sparirà. Possiamo creare il "social business" senza consultare il governo. Facciamo quello che vogliamo fare, come individui, come gruppi: in questo modo possiamo cambiare il mondo».

L’esperienza di "Grameen Danone" è un modello replicabile?

«Assolutamente sì, perché si tratta di un’impresa. Se funziona un "Mac Donald", puoi aprire milioni di "Mac Donald". E quindi se funziona una piccola "Grameen Danone", se ne possono aprire quante ne servono».

Non sta rimettendo in discussione quello che è un punto fermo dei paesi ricchi, il "capitalismo", il "libero mercato"?

«Non bisogna buttare via il "capitalismo", ma è come se in esso ci fosse una "voragine" che va colmata. Io dico: colmiamola e completiamo questo modello. Il sistema "capitalistico" è stato sviluppato a metà, bisogna aggiungere l’altra metà, e finora c’è stata un’unica possibilità di scelta, nel mondo degli affari: io sto proponendo un’alternativa.
Poi sta ad ognuno decidere dove orientarsi».

Ci sono "aziende multinazionali" che pur di abbassare i costi sfruttano i lavoratori, inquinano e così via. È possibile convincerle a cambiare strategia?

«Non ci sprecherei un istante del mio tempo. Non spreco fiato a predicare: mi arrotolo le maniche e mi do da fare. Questa è la bellezza del "business sociale": basta mettersi a farlo. E tutti possono comperare una quota di partecipazione: il "business sociale" è qualche cosa che la gente sente e condivide. Se noi facciamo vedere una camicia prodotta da un’azienda con finalità sociali, sarà comperata più volentieri».

Il "commercio equo e solidale" è parte del «social business»?

«Dipende da cosa intendiamo per "commercio equo e solidale".
A volte le persone utilizzano una formula dietro cui fanno quello che si è sempre fatto. Il "commercio equo" genera "utile"? In questo caso non rientra nella mia definizione di "business sociale", che non prevede profitto personale».

Che cosa vorrebbe dal "G8" appena iniziato in Giappone?

«Questo "vertice" si svolge in un momento molto importante: c’è la crisi del petrolio, l’aumento dei prezzi dei cereali, il rallentamento dell’economia mondiale. Tutti fatti che concorrono a creare povertà e sono destinati a complicarsi nell’immediato futuro. Oggi serve una "leadership" "visionaria", che sappia dare prospettive nuove al futuro del pianeta.
Durante questo "G8" vedremo se ci sono solo leader locali, dalle vedute ristrette, o se ci sono "leader" di grande "statura" e "visionari"».