LA STORIA IN QUESTIONE

Una "tavola rotonda" a Roma.
Il cardinale Ruini: «La sua fu una scelta "sofferta".
Sapeva che una forte "denuncia" pubblica sarebbe stata "controproducente".
La "Shoah" resta una pagina "oscura", una "sconfitta" anche per i cristiani».

RITAGLI     Pio XII e gli Ebrei, oltre i «silenzi»     SEGUENTE

Anna Foa: «Allora la Chiesa aiutò tutti i "perseguitati"».
Lutz Klinkhammer: «Finora solo "scontri" tra sostenitori e detrattori,
non vero "dibattito"».
Francesco Cossiga: «Occorre collocare
il Papa nel "contesto" di quegli anni».

Eugenio Maria Giuseppe Pacelli, PAPA PIO XII (1876-1958).

Da Roma, Paola Springhetti
("Avvenire", 1/10/’08)

Ricollocare la figura di Pio XII nel contesto storico, ecclesiale, culturale dell’epoca sembra essere un’operazione assai complessa, forse perché la prima metà del "Novecento" ci sembra lontanissima, appartenente a un’altra epoca.
Eppure, se non si fa questo, difficilmente il dibattito su Papa Pacelli potrà fare un passo avanti. È stato un po’ questo il filo conduttore del dibattito che si è svolto ieri a Roma, in occasione della presentazione del volume di
Andrea Riccardi: «L’inverno più lungo. 1943-33: Pio XII, gli Ebrei e i nazisti a Roma» ("Laterza"). Il cardinale Camillo Ruini, ad esempio, ha spiegato che «la Chiesa era molto diversa da quella di oggi. Lo era la Chiesa di Roma, molto più piccola, più unita e famigliare (il Papa era romano, e così il vice-gerente e il personale della curia: c’era una grande familiarità con la città). E lo era la Chiesa cattolica in generale, perché i rapporti gerarchici erano molto più stringenti, e anche per questo immediatamente operativi. Anche il popolo era molto legato alla Chiesa e da essa guidato efficacemente». Una lettura più articolata di quel periodo, ci farebbe scoprire che «l’impegno della Chiesa e del Papato verso i perseguitati si colloca in una pagina della storia che resta oscura. Ma anche se è stato un impegno non sempre luminoso, i tratti luminosi prevalgono». Ricollocare i fatti nel contesto significa anche ricordare che «non si è trattato di un impegno a buon mercato. Erano difficili le condizioni materiali di vita, ma soprattutto le istituzioni ecclesiali correvano pericoli gravi». Ed altrettanto importante è ricordare che la "Questione romana" aveva trovato un composizione solo quindici anni prima, con la firma del "Concordato" del ’29, e che «la Chiesa non godeva del prestigio mondiale di cui gode oggi. Anche per questo correva un pericolo molto concreto». Detto questo, non bisogna dimenticare che è stato lo stesso Pio XII a usare la parola "silenzio" rispetto al proprio modo di affrontare il nazismo e la questione ebraica. «La sua è stata una scelta sofferta e documentata, nella quale cercava di tenere insieme l’etica della responsabilità e l’etica della convinzione».
Una scelta che, secondo il cardinal Ruini, si fondava su tre ordini di considerazioni.
Il primo nasceva dalla convinzione che «una forte denuncia pubblica sarebbe stata controproducente»; il secondo dalla scelta di tradurre in opere la propria convinzione morale, facendo parlare i fatti; il terzo era legato alla «ferma volontà di tenere Roma fuori dalla guerra "guerreggiata", che avrebbe avuto costi umani insostenibili». E in fondo, ha fatto notare Ruini, «la Chiesa del "Concilio Vaticano II" fece una scelta analoga nei confronti dei regimi comunisti. La "Shoah" – ha concluso il cardinale – resta una pagina oscura, una sconfitta anche per il cristianesimo come per tutta l’umanità, una sconfitta che sta dentro quella più grande dei totalitarismi del "Novecento". Ma bisogna anche vedere le luci». Per Ruini il libro di Riccardi è in questo senso molto utile, in quanto "sereno" e scritto da uno storico che «non è né "apologeta" né giudice».
Secondo la storica Anna Foa, però, restano ancora alcune cose da chiarire. «Bisogna ricollocare – ha spiegato – anche il problema degli Ebrei dentro un contesto: la Chiesa in quegli anni aiutò tutti i perseguitati; oltre agli Ebrei anche politici, resistenti e perfino militari». In questo senso, possiamo dire che «nel vuoto generale di potere, metà Roma salva l’altra metà». Il problema irrisolto è costituito da quella giornata del 16 Ottobre 1943, in cui i nazisti rastrellarono il ghetto. «È un episodio che sembrava non previsto, ma noi ci chiediamo se poteva essere prevenuto. Quel 16 Ottobre gli Ebrei sono stati salvati dalla popolazione, e soltanto dopo si è messa in moto la macchina degli aiuti delle istituzioni ecclesiali». E, quanto al problema del "silenzio" del Papa, Foa pone un problema: «Pio XII aveva un particolare progetto, quello di salvare la città di Roma, ma quello che è successo con gli Ebrei romani non è successo con gli Ebrei polacchi, per esempio». La speranza di un altro storico, Lutz Klinkhammer, è che finalmente si chiuda il "non-dibattito" storiografico sulla figura di Pio XII, visto che fino ad oggi «abbiamo assistito più ad un tiro alla fune tra sostenitori e detrattori, che non ad un vero dibattito». In fondo, oggi «anche se gli Archivi Vaticani non sono ancora stati aperti, ci sono i Documenti per affrontare il problema in tutta la sua complessità». Anche l’ex Presidente Francesco Cossiga ha ribadito la necessità di collocare la figura di Papa Pacelli «nel contesto del pensiero occidentale di quegli anni».
Non bisogna infatti dimenticare che «c’era un anti-semitismo diffuso anche tra i cattolici. Così come c’erano tedeschi nazisti e tedeschi anti-nazisti, ci furono vescovi e fedeli anti-semiti e altri anti-nazisti». E del resto, «ancora durante il "Concilio Vaticano II" il problema non era risolto: la Dichiarazione sugli Ebrei ha dato luogo a discussioni accese».
Probabilmente, nell’affrontare problemi come questi, è giusto tenere conto del "monito" di Andrea Riccardi: «Il rapporto della Chiesa con la storia non è spiegabile solo con le categorie della politica o delle grandi organizzazioni internazionali».