CULTURA E RELIGIONE

RITAGLI     Algeria: chiusi in Chiesa, ma aperti al "dialogo"     ALGERIA

Nuove "restrizioni" dal 2006 hanno colpito la piccola "comunità cristiana" locale,
che continua però con tenacia a "collaborare" con i musulmani.
Parla Mons. Henri Teissier, Arcivescovo Emerito.

MONS. HENRI TEISSIER, Arcivescovo Emerito di Algeri.

Da Roma, Paola Springhetti
("Avvenire", 19/11/’08)

«Ci sono difficoltà, nella convivenza tra cristiani e musulmani in Algeria, ma anche tante possibilità di lavorare insieme. Del resto, non possiamo pensare a un futuro di "competitività" e "guerre di religione"».
Monsignor Henri Teissier, Vescovo Emerito di Algeri, resta ottimista, anche se negli ultimi tre anni nuove difficoltà sono insorte. Teissier è a Roma perché oggi – insieme a Joseph Maila, "specialista" del Medio Oriente – parteciperà all’"Ambasciata di Francia" presso la "Santa Sede" a un incontro sul "dialogo interreligioso" nel Mediterraneo. «Da tre anni abbiamo difficoltà con l’amministrazione algerina, a causa del "proselitismo" dei nuovi gruppi cristiani "evangelici". Il fatto che ci siano "conversioni" di gruppo è un’esperienza nuova in un Paese musulmano. La "stampa", soprattutto quella "filo-araba", ne ha parlato e alla fine lo Stato ha dovuto prendere misure "restrittive"». «Così, per esempio, dal 28 Febbraio 2006 per la nostra comunità non è più possibile fare "riunioni" fuori di una Chiesa. È in questo clima che Padre Pierre Wallez è finito sotto processo insieme al medico che l’accompagnava, anche se era andato semplicemente a visitare un gruppo di "migranti" camerunensi cristiani, come facciamo da 12 anni. Difficoltà hanno avuto anche alcuni giovani brasiliani della "Comunità Salam", che avevo fatto venire perché seguissero gli studenti di lingua portoghese che vengono dal Mozambico o da altri Paesi Africani. Si sono visti ritirare i "permessi di soggiorno", e ho dovuto superare molte difficoltà perché lo riavessero».

Siete soli davanti a questi problemi?

«Di recente 2.800 persone, tutte musulmane (professori universitari, "sindacalisti", uomini impegnati nella difesa dei "diritti umani") hanno firmato un "documento" per chiedere libertà per giornalisti, "sindacalisti" e cristiani; libertà che fanno parte della "democrazia" e sono garantite dalla "Costituzione". No, non siamo soli: ci sono altri che chiedono il rispetto dei "diritti umani" e per i quali non si tratta di un problema della sola "comunità cristiana", bensì della società algerina tutta, per cui è necessaria una discussione aperta sulla "stampa" e tra la gente sulla "libertà religiosa"».

Ci sono molte "conversioni"?

«No, ma alcune migliaia di persone da 20 o 30 anni sono cristiane, a fronte di 34 milioni di musulmani. Prima questa scelta era eccezionale, e soprattutto "privata": non era conosciuta. Adesso i gruppi sono "visibili"».

Che differenza c’è tra "evangelici" e "cattolici" nel modo di agire?

«Noi abbiamo una concezione della testimonianza cristiana molto più "larga". Pensiamo che si debba incontrare tutta la popolazione, che nel nome di Dio abbiamo cose da fare insieme, cristiani e musulmani, e che lo scopo dell’incontro non è soltanto "convertire" qualcuno. Per esempio: chi lavora per i bambini "disabili", che sia musulmano oppure cristiano, dà la prova a quelle persone vale la pena di dedicare la vita. I nuovi gruppi "evangelici" invece sono impegnati solo nel "proselitismo". Noi pensiamo che non è il momento di tornare alle "competizioni" tra religioni. Naturalmente, se qualcuno vuole leggere il "Vangelo" con noi, siamo molto contenti; ma vogliamo lavorare con tutti».

I "media" capiscono tali differenze o parlano di "cristiani" in generale?

«All’inizio non facevano differenze. C’erano anche problemi concreti: era più facile trovare una mia foto o pubblicare l’immagine della Basilica di "Nostra Signora dell’Africa" o del Duomo di Algeri anziché quella di un "evangelico" ancora sconosciuto... Di qui è nata molta ambiguità, finché ho deciso di parlare direttamente con i direttori e con i giornalisti per spiegare loro la differenza. Ma c’è un’altra difficoltà: non vogliamo marcare troppo le diversità e farle diventare "divisioni". Abbiamo una concezione diversa della testimonianza cristiana, ma non vogliamo presentarci "divisi"».

La "Chiesa Cattolica" resta "straniera" oppure è "radicata"?

«Gli algerini guardano ai cristiani come a una comunità "straniera". Ma, grazie alla posizione del Cardinal Duval al tempo della "guerra di liberazione", hanno capito che la "comunità cattolica" poteva essere in relazione d’amicizia e condivisione con quella musulmana. Noi abbiamo amici. A parte il fatto che alcuni di noi, me compreso, hanno la "cittadinanza algerina", posso dirle che – quando si è "insediato" il mio successore – il Ministro degli Affari Religiosi ha organizzato una celebrazione in mio omaggio nella casa dell’"imam", con centinaia di personalità musulmane di primo piano, e mi ha invitato a restare in Algeria per lavorare come "cittadino". Il mio successore, Monsignor Ghaleb Moussa Abdalla Bader, è "giordano" e si è presentato nella sua identità di "cristiano arabo", proprio per ribadire che siamo la Chiesa dell’Algeria, non una Chiesa "straniera"».

Su quali terreni può avvenire il "dialogo" e la "collaborazione"?

«A parte il fatto che la ricerca di "dialogo" viene non solo dai cattolici, ma anche da alcune personalità musulmane – e il "Forum Cattolico-Musulmano" è molto importante in questo senso – possiamo lavorare sul piano della "cittadinanza", oppure sul problema economico, in questo momento così grave, riflettendo sui modelli di sviluppo, e poi naturalmente sul piano sociale, educativo, ma anche spirituale. Tutti i terreni della "vita umana" sono spazi d’incontro».