INTERVISTA
Incontro
con il premio Nobel per la pace, fondatore del microcredito,
intervenuto ieri all'Università Roma Tre.
«I
poveri sono come i bonsai, non hanno il terreno, lo spazio per crescere;
ma la povertà si può debellare. Ed è un compito del libero mercato».
Da
Roma, Paola Springhetti
("Avvenire",
20/3/’07)
Riusciremo a mettere la
povertà in un museo, dove le future generazioni andranno a vedere una cosa che
non esiste più, e inorridiranno a scoprirne la passata esistenza? Uno che ci
crede, nel fatto che la povertà possa essere definitivamente sconfitta, è Muhammad
Yunus,
premio Nobel per la pace 2006, noto in tutto il mondo come fondatore della Grameen
Bank e inventore
del microcredito: uno strumento di lotta alla povertà che consiste nel fornire
ai poveri prestiti piccoli, ma sufficienti per avviare piccole attività di
lavoro autonomo e imprenditoriale. La sola Grameen Bank ha concesso 7 milioni di
prestiti ad altrettanti poveri (il 97% dei quali donne), ma il modello è stato
esportato in tutto il mondo, anche in Italia, dove già esiste ma avrebbe
bisogno di un maggiore sviluppo.
Yunus ieri era a Roma per una "lectio magistralis" all'Università
degli Studi Roma Tre, e ha appassionatamente ripetuto che la povertà si può
sradicare, se lo si vuole, perché in fondo i poveri sono come i
"bonsai": non
hanno il terreno, lo spazio per crescere. Se glielo dai, ci penseranno da soli,
a cambiarsi la vita.
«Molti problemi del mondo, incluso quello della povertà», spiega Yunus,
«persistono ancora oggi a causa di una interpretazione restrittiva del
capitalismo; quella che parte dal presupposto che gli imprenditori sono esseri
umani ad una dimensione, che hanno un unico obiettivo: massimizzare i profitti.
Questa interpretazione esclude gli imprenditori da tutte le altre dimensioni
della loro vita: politica, emotiva, sociale, spirituale, ambientale che sia. Il
successo del libero mercato ci ha spinto a fare di tutto per trasformare noi
stessi negli uomini "unidimensionali" definiti dalle teorie».
Se si prende coscienza di questo, si sentirà il bisogno di cambiare il
carattere del capitalismo: «Dobbiamo imparare a risolvere all'interno della
logica del libero mercato molti dei problemi sociali ed economici a tutt'oggi
irrisolti. Dobbiamo cioè supporre che l'imprenditore invece che un unico
obiettivo (massimizzare i profitti), ne abbia due: il profitto, ma anche rendere
migliore il mondo e la gente. Questo porta a un nuovo tipo di
"business": il "social business"».
Una specie di capitalismo "non profit", se così si può dire, in cui
«chi investe nel social business può rifarsi del capitale investito, ma non
prenderà dividendi dall'azienda. Il profitto sarà reinvestito in essa perché
possa ampliare e migliorare la qualità dei servizi». Qualcosa di molto simile
alle nostre imprese sociali, parrebbe, ma capace di diventare modello generale:
«Una volta che il social business sarà riconosciuto dalla legge, molte delle
attuali aziende creeranno attività di questo tipo che andranno a sommarsi a
quelle per cui sono nate. E molti attivisti del terzo settore saranno attratti
da questa possibilità: invece di un terzo settore perennemente impegnato a
raccogliere fondi per sostenere le proprie attività, avremo un mondo in grado
di autosostenersi, e anzi di creare le risorse per espandersi».
All'interno del social business, comunque, si colloca anche un altro modello:
quello delle aziende "profit" ma controllate dai poveri. Anche la
Grameen Bank rientra in questa categoria. «Chi ha ricevuto un prestito», dice
ancora Yunus, «compera un po' di azioni, e non può venderle a chi non abbia
beneficiato dei prestiti. Nei Paesi in via di sviluppo, i donatori potrebbero
facilmente creare questo tipo di social business: quando donano una somma per
costruire un ponte, ad esempio, potrebbero creare una "azienda del
ponte" posseduta dai poveri del luogo, e con i profitti si potrebbero
costruire altre
infrastrutture. Perché il social business possa svilupparsi adeguatamente, poi,
bisognerebbe creare un "social stock market", agenzie di
"rating", una terminologia
adeguata, corsi di formazione per "manager", e anche pubblicazioni finanziarie
specializzate».
Grameen ha già creato in Bangladesh due aziende di questo tipo: una fabbrica di
yogurt, insieme alla Danone, per i bambini malnutriti, e una catena di centri
per la cura degli occhi.
Gli ambiti in cui il social business potrebbe essere attivo sono molto ampi: la
salute per i poveri, i servizi finanziari, le tecnologie informatiche,
l'educazione e istruzione sempre per i poveri, oltre che le energie rinnovabili…
Ci sarebbe un'obiezione possibile: non spetta al secondo settore, cioè al
pubblico, la risposta ai bisogni fondamentali, come la salute? «In questo la
maggior parte dei governi del Terzo mondo ha fallito. Il primo settore, cioè il
privato, potrebbe fare di più. Ma il profitto personale su cui il primo settore
si fonda ha una propria agenda, che entra in conflitto con l'agenda a favore dei
poveri, delle donne, dell'ambiente». È per questo che è arrivato il momento
di globalizzare quello che in Italia chiameremmo privato sociale.