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Nel Paese africano la condizione femminile è penalizzata e maltrattata.
«Gli uomini si accaniscono con violenza».
Parla il "reporter" Francesco Zizola.

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«Sono le vittime principali. Malate, ma hanno sempre i bimbi in braccio».
«Quelle stuprate non si son lasciate fotografare:
hanno paura di vendette».

Paola Springhetti
("Avvenire", 24/8/’07)

Che cosa sia il più grande paese africano, il Congo, lo si può capire dai volti di cinque donne e da quello di un militare, che tra essi si insinua e che non poteva mancare, in un paese tuttora martoriato da una guerra che dal '98 al 2003 ha provocato quattro milioni di morti. Quei volti li ha impressi nella memoria, oltre che nella pellicola, Francesco Zizola, che nel paese è stato più volte, l'ultima per documentare la condizione delle donne perché, spiega, «mi piace raccontare storie che mi permettano di essere sempre un po' trasversale, mostrando diversi aspetti di un problema, di un paese». La scelta di fotografare le donne, in particolare, è nata dalla constatazione del fatto che «in Africa senza di loro crolla tutta la struttura sociale. Eppure, o forse proprio per questo, le donne sono penalizzate dagli uomini, che hanno nei loro confronti un atteggiamento duro, spesso violento». Il primo volto ha l'espressione sperduta di una donna colpita dalla malattia del sonno a Isangi, dieci case di mattoni perse nella foresta equatoriale. Isangi è una zona endemica della malattia del sonno che, nonostante il nome innocuo, è un terribile morbo che attacca i centri nervosi portando lentamente alla morte, ed è trasmesso da una mosca. «Le donne sono le vittime principali - spiega Zizola - perché vanno a prendere l'acqua, ed è accanto all'acqua che più facilmente si trovano gli insetti. Bisognerebbe fare un lavoro di prevenzione oltre che di cura, ma tutto è lasciato nelle mani dei volontari, che fanno quello che possono». Il secondo volto è quello senza speranza di una donna destinata alla morte, insieme al bambino che aspettava, per l'isolamento causato dalla guerra. Yahuma è un piccolo villaggio raggiungibile solo proseguendo dopo Isangi per due giorni, con la moto. Le moto sono guidate da persone del posto, le uniche capaci di seguire i sentieri, e vengono traghettate su tronchi quando si incontra un fiume. «I pazienti che incontravamo erano praticamente solo donne. Mi ha particolarmente colpito un ex ambulatorio belga, con la sala operatoria perfettamente attrezzata con i macchinari e i lettini degli anni trenta-quaranta, mai usata, immobile sotto la polvere e le ragnatele. E circondata dalla giungla. Accanto c'erano due stanzette, con delle reti ma senza materassi, piene di donne. Quasi tutte incinte e quasi tutte con un bambino in braccio. Tutte malate, comunque. Una di queste donne era arrivata lì dopo un viaggio di 4 giorni, legata (perché non cadesse giù) su una bicicletta trascinata a mano dal fratello. Tutto questo per arrivare in un posto dove l'unica cosa che puoi fare è aspettare: se non muori prima, un medico arriverà. In un ospedale attrezzato probabilmente si sarebbe riusciti a salvarle la vita, e soprattutto a salvarla al bambino. Ma lì non c'era nulla da fare». Due vite perse per solitudine, abbandono, mancanza di quel minimo di infrastrutture che decenni di guerra hanno distrutto o impedito di costruire. Il terzo è un volto sfuggente che emerge dalla penombra a Kisangani. «Sono entrato in contatto con una persona che mi ha permesso di incontrare un gruppo di donne che avevano subito violenza da parte dei soldati. Molte non si sono lasciate fotografare, perché non volevano avere problemi nella famiglia (che le rifiuta se sa che sono state violentate), oppure perché temevano ritorsioni. Le loro storie sono terribili: quelli consumati dai soldati sono stupri particolarmente violenti, che lasciano ferite, lacerazioni, corpi e menti devastate». Il quarto volto è quello "bruto" del soldato, lungo la strada verso il Katanga. Zizola si stava spostando verso Mitwaba, nel Sud, in una zona ricca di quei minerali per i quali da decenni il paese viene rapinato e devastato. «Arrivare a Mitwaba non è stato facile: abbiamo dovuto superare vari posti di blocco dell'esercito che in teoria dovrebbe difendere la popolazione dai Mai Mai, un terribile gruppo in perenne lotta con il Governo… Ad un posto di blocco un "graduato" - piuttosto alterato, gli occhi rossi e l'alito pieno di alcol - ci ha intimato di mostrare documenti, rovesciare le tasche, svuotare le borse. E ci siamo accorti che, accanto a lui, c'era un palo con una testa umana infilzata. E il peggio è che, quando si è accorto che mi preparavo a fotografarla, invece di arrabbiarsi o nascondersi, si è messo in posa, con tutti i suoi uomini, indicando la testa con orgoglio e, anzi, mostrandocene altre…». Il quinto volto è quello emaciato di una donna di Mitwaba, dove la popolazione è rapinata ogni giorno dell'essenziale, a partire dal cibo. «C'è da dire che i soldati non ricevono quasi mai lo stipendio e, dunque, si arrangiano rifacendosi sulla popolazione. La gente cerca rifugio in quelli che ritiene luoghi più sicuri, a volte scappando nel "bush" (la boscaglia). Anche quella donna, la cui sorellina era stata rapita dai Mai Mai, vi si era rifugiata dopo essere stata violentata, in più aveva preso la tubercolosi e c'era un sospetto di sieropositività. Praticamente stava morendo di fame». Il sesto volto, infine, è quello infantile di una prostituta di Kinshasa. «Non avrei mai immaginato di incontrare una bambina di 12 anni, non ancora sviluppata, che si prostituiva già da tre in un "bordello", frequentato da poliziotti, soldati e così via». Di lei, Zizola dice solo questo, e tanto basta. Sei volti, una "geografia" umana che non può essere nascosta dal «fascino di un paese ricco di acqua, di vegetazione, di frutta, dove si potrebbe coltivare qualsiasi cosa. Ma talmente sconvolto dalla violenza che c'è gente che muore di fame. Un paese di una bellezza a volte commovente».