RIFLESSIONE

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Parla il filosofo francese Marcel Hénaff, che da anni studia l’"economia del dono"
e la possibilità di rapporti non fondati solo sullo scambio commerciale.
Dal bisogno di riconoscimento proprio degli individui e delle comunità
alla richiesta di rapporti fondati su regole condivise.
Vi sono anche l’offerta gratuita, testimonianza di generosità,
e quella di "mutua assistenza".

Da Roma, Paola Springhetti
("Avvenire", 10/1/’08)

L’antropologo britannico Andrew Strathern ha raccontato l’arrivo del primo uomo bianco in una vallata della Nuova Guinea centrale. Secondo le leggende locali, alcuni morti si trasformano in fantasmi pallidi e cannibali; un uomo bianco, quindi, non poteva che fare paura. Allora gli indigeni, per sapere se si trattava di un umano o di un fantasma, decisero di far`gli un "test": gli offrirono dei maiali, e l’uomo bianco (che era ben informato sulle credenze locali) offrì in cambio conchiglie preziose che aveva portato con sé. Così, grazie allo scambio di doni, i due soggetti si riconobbero simili.
Questa storia è stata al centro dell’intervento che
Marcel Hénaff, ha svolto al "Convegno", organizzato dall’"Università Roma Tre", "Cosa significa donare?", che si è chiuso ieri nella capitale. Il filosofo francese, che insegna all’"Università della California" (in Italia è stato pubblicato il suo libro "Il prezzo della verità. Il dono, il denaro, la filosofia", "Città Aperta"), ha affrontato il tema da un punto di vista antropologico, individuando nel «dono cerimoniale» una chiave di lettura per un problema del nostro tempo: quello del "riconoscimento".
Nelle società complesse della "post-modernità", infatti, «il maggior valore dato alle scelte individuali», spiega Hénaff, «l’affermazione di modi di vita diversi ci pongono nella necessità di inventare i nostri rapporti con gli altri senza poter contare su abitudini comuni, punti di riferimento tradizionali, riti antichi. In un certo senso siamo nudi di fronte agli altri».
Nudi, e dunque indifesi: come persone e come gruppi si vive la fragilità delle proprie appartenenze, con una dose di fiducia negli altri che sembra scemare inesorabilmente. Da qui nasce quella che gli studi sociali definiscono domanda di riconoscimento: un bisogno di essere visti, ma anche accettati in un rapporto con regole condivise. È in realtà una richiesta di uguaglianza: «Si domanda di riconoscere le differenze come "uguali", e in fondo è un modo di affermare la dignità della nostra umanità».
Il dono è la possibile risposta al bisogno di riconoscimento? La premessa è che esistono tre tipi di dono. Il primo è quello «cerimoniale», caratterizzato dall’obbligo di donare a propria volta. Il secondo è il dono gratuito, che è "unilaterale" ed è testimonianza di una generosità spontanea, cioè di una qualità psicologica o morale. Il terzo è il dono di "mutua assistenza", che manifesta una dimensione più sociale, di disponibilità verso i prossimi ma anche verso gli sconosciuti.
Quello che Hénaff analizza è il primo, il "dono cerimoniale" che, spiega, «è caratterizzato dall’obbligo rigoroso di donare a propria volta, e non è riconducibile né a un gesto di generosità caritatevole, né a uno scambio di tipo economico, né a un rapporto di tipo contrattuale». Proprio come nel caso del "test" di umanità degli indigeni della Nuova Guinea: il dono è strumento del riconoscimento, e nello stesso tempo apertura di una alleanza. «È una specie di "arca dell’alleanza"», spiega Hénaff, «perché allearsi significa mettere insieme il proprio Sé e l’estraneità dell’altro attraverso un terzo elemento, che proviene da sé ed è desiderato dall’altro».
Per questo il dono cerimoniale esprime una relazione politica, perché «implica una accettazione pubblica dell’altro gruppo, un impegno a coesistere, a collaborare. È da subito una convenzione. Ma sarebbe sbagliato considerare i rituali di riconoscimento reciproco come espressione di una disposizione naturale al consenso, anzi: l’offerta di riconoscimento nasce sempre sullo sfondo di una possibilità di conflitto».
Hénaff racconta un altro "test", quello di Prajâpati, tratto dai grandi testi dei "Veda". Secondo questi il primo uomo, Prajâpati appunto, non riusciva a distinguere, tra gli spiriti, gli dei dai demoni. Allora decise di dare una grande festa per tutti loro. Alcuni cominciarono a mangiare per proprio conto, spesso con avidità. Altri si misero vicini imboccandosi a vicenda. Questi ultimi, concluse Prajâpati, erano gli dei. «Da un punto di vista razionale», secondo Hénaff, «i demoni hanno ragione, perché mangiano quanto e come vogliono. Gli dei, invece, compiono un’azione che, materialmente parlando, non porta vantaggio e si privano del piacere di scegliere, ma attraverso la reciproca offerta di cibo si riconoscono gli uni e gli altri. Non è carità, né dono gratuito, né solidarietà: è la decisione di fare comunità».
E oggi, come avviene il riconoscimento reciproco? «È affermato e garantito dalla legge e dall’insieme delle istituzioni politiche e giuridiche. L’eredità del dono cerimoniale non va dunque cercata sul versante dello scambio dei beni, ma sul versante dei diritti. Nella nostra società, comunque, si sovrappongono tre tipi di riconoscimento: quello istituzionale (la relazione tra il cittadino e il potere sovrano); quello delle relazioni sociali (rapporti di vicinato, relazioni di lavoro e così via); quello privato (delle relazioni di amicizia e di amore)».
Resta il fatto, da non dimenticare, che la "reciprocità" è essenziale: «Il riconoscimento o è reciproco o non è. Domanda e offerta si devono incontrare, ed è chiaro che quando la domanda si esprime come rivendicazione, questo significa precisamente che, dall’altra parte, l’offerta ha fallito».