INTERVISTA

RITAGLI     La "Pentecoste" dei laici     DOCUMENTI

Parla il filosofo francese André Comte-Sponville:
«Anche per me, ateo, c’è stato un momento in cui mi sono aperto all’assoluto, all’infinito.
Non essere credenti non significa rinunciare alla spiritualità».

Da Roma, Paola Springhetti
("Avvenire", 22/1/’08)

Anche gli atei hanno una spiritualità, e se sia loro che i non credenti ne fossero consapevoli, forse sarebbe più facile sia chiarire i confini sia dialogare. André Comte-Sponville da tempo lavora su questo tema, sviluppato tra l’altro nel suo ultimo libro, uscito in italiano con il titolo "Spirito dell’ateismo" ("Ponte alle Grazie"). Il filosofo francese – che ieri era a Roma, per una Conferenza che si è svolta presso il Centro Culturale «San Luigi di Francia» sul tema "Cos’è la spiritualità senza Dio?" – sostiene infatti che «la spiritualità è una dimensione costitutiva dell’esistenza umana. Quando parlo di spiritualità mi riferisco a quello che i latini chiamavano "spiritus", e gli atei non ne possiedono meno di coloro che credono in Dio. È la spiritualità che fa la differenza tra l’essere umano e la "bestia". Aristotele diceva che l’uomo è un animale razionale, io aggiungo che non vivrò come una bestia perché sono ateo».

In che cosa consiste la "spiritualità" per chi non crede?

«In senso generale, sono espressioni della spiritualità le arti, la psicologia, la vita affettiva. Ma in senso più preciso la spiritualità sta nella necessità di confrontarsi con l’infinito, con l’eternità, con l’assoluto. La nostra vita spirituale si gioca sul rapporto tra finito e infinito; tra temporale ed eterno; tra relativo e assoluto. Anche gli atei hanno bisogno di abitare infinito, eternità, assoluto».

L’"assoluto" che cos’è?

«Per me che non credo non è Dio, ma l’universo, la natura, l’essere».

Il problema è trovare un senso a tutto questo?

«Decisamente no. Il senso rinvia ad altro, l’assoluto rinvia solo a se stesso. Io non parlo di una "spiritualità del senso".
Albert Camus ha posto il tema dell’"assurdo", ma l’assurdo esiste per chi cerca un senso, per chi non lo cerca non c’è assurdo».

Dunque la conoscenza dell’assoluto – esclusa la via della fede – avviene attraverso la ragione?

«Non solo attraverso la ragione, ma anche attraverso l’esperienza: sono queste le due fonti della conoscenza. L’ateo non crede nella "Rivelazione", e riconosce che la verità non è mai conoscibile totalmente, per questo instaura con l’assoluto un rapporto relativo».

Oggi assistiamo ad un ritorno, in varie forme, della fede. Nel suo ultimo libro lei ha scritto: «Non sarebbe un problema. Ma con la fede ritornano troppo spesso il "dogmatismo", l’"oscurantismo", l’"integralismo" e talvolta il "fanatismo"». Quindi il ritorno della fede non è un bene?

«Il ritorno della spiritualità è una buona notizia, perché l’uomo ne ha molto bisogno.
Ma è incontestabile che spesso con la fede sono tornati il "dogmatismo", il "fanatismo" e così via. È successo in molti Paesi musulmani, ma anche nell’America del Nord con i movimenti evangelici protestanti, molto meno, per fortuna, in Europa. Dobbiamo fare comunque i conti con questa realtà. Bisogna poi considerare che una cosa è la spiritualità, un’altra la religione. Ad esempio, recentemente in Francia è stata pubblicata un’inchiesta che documentava il declino del cristianesimo nel mio Paese. Come ateo, io non sono contro il cristianesimo, ma contro il "fanatismo" da una parte e il "nichilismo" dall’altra.
Anzi sono convinto che dovremmo combattere insieme contro l’uno e l’altro».

Ma lei come si definisce?

«Come un ateo "fedele", che è altra cosa dall’ateo "nichilista".
Sono ateo, perché non credo in Dio; sono fedele perché resto attaccato ai valori morali nati nella tradizione "giudeo-cristiana" e specialmente nei "Vangeli". È evidente la differenza tra fede e fedeltà: la prima significa credere, e io non credo. La seconda è una coerenza con dei valori morali che dipende da noi.
Teologicamente, la fede dipende dalla grazia, la fedeltà dalla volontà».

È dunque sui valori che laici e cristiani possono incontrarsi?

«Certo, perché la morale è la stessa».

Eppure, nei fatti, sembra un incontro molto difficile.

«Ci sono delle grosse differenze fra credenti e non credenti, ma anche all’interno dei credenti e all’interno dei non credenti. Il problema non è la fede, e lo dimostra il fatto che anche su temi importanti come la pena di morte, l’eutanasia o l’aborto ci sono sostenitori e avversari tra gli uni e tra gli altri. Non dobbiamo dimenticare che nella scelta morale c’è una dimensione di solitudine: ognuno deve decidere nella propria coscienza quale gli sembra essere il suo dovere. Poi però ci vuole una "legge comune", per poter vivere insieme, e in democrazia la legge è quella del popolo sovrano. Prendiamo il caso dell’aborto: in Francia è legale fino alla undicesima settimana, ma il fatto che sia legale non significa che sia moralmente innocente, accettabile».

Lei ha parlato dell’esistenza di una "Pentecoste" laica. Che cos’è?

«È il momento in cui l’ateo ai apre all’assoluto, all’eterno, all’infinito e anche all’esperienza dell’amore (anch’essa apre alla "vita spirituale"). A venticinque anni camminavo una notte in un bosco nel Nord della Francia. È stata la mia "Pentecoste", e l’ho raccontata in un libro. Ho ricevuto molte lettere di persone che avevano vissuto esperienze simili, e altre lettere di gente che proprio non riuscivano a concepire una cosa del genere. Diciamo che non è una esperienza eccezionale, né un’esperienza universale. Ma può esserci».