POLEMICHE

A colloquio con l’autore israeliano Meir Shalev,
anch’egli invitato alla "Fiera del libro" di Torino: «"Boicottaggio" assurdo».

RITAGLI    Niente processi agli scrittori    TERRA SANTA

«Perché non pensare, a questo punto, di dedicare l’edizione del 2009 alla Palestina
e ai suoi intellettuali?».

Gerusalemme: il tetto dorato (Cupola della Roccia) della Moschea di Omar...

Da Roma, Paola Springhetti
("Avvenire", 6/2/’08)

Sull’aereo che ieri lo portava in Italia per la presentazione del suo ultimo libro, lo scrittore israeliano pacifista Meir Shalev ha letto i giornali del suo Paese che riportavano le notizie riguardo la polemica scoppiata attorno alla "Fiera del Libro" di Torino e alla decisione degli organizzatori di invitare come ospite d’onore Israele. E la proposta di "boicottaggio" avanzata da alcuni esponenti della sinistra radicale non gli è proprio piaciuta: «Anche io parteciperò alla "Fiera del libro", perché sono stato invitato - spiega - e francamente questo atteggiamento mi dispiace. La maggior parte degli scrittori che vengono invitati a questi eventi culturali sono contrari alle scelte politiche del governo di Israele. E comunque noi siamo scrittori, non uomini di governo. Produciamo opere artistiche e letterarie e, come mi fa piacere che qualcuno qui legga le mie opere tradotte in italiano, allo stesso modo mi fa piacere leggere le opere degli scrittori italiani tradotte in ebraico. È come se la gente decidesse di non leggere la letteratura italiana perché durante la seconda guerra mondiale in Italia c’è stato il regime di Mussolini».

Eppure in questi giorni c’è stato chi ha sostenuto che gli scrittori non vivono su "Marte" e che la cultura non è "neutra" rispetto alla politica.

«Io non solo non faccio parte del governo di Israele, ma anzi lo critico.
Chi ha suscitato questa polemica che cosa vorrebbe che facessimo: dovremmo smettere di scrivere? Oppure andarcene da Israele? Mi sembra un approccio molto superficiale».

Qualcuno ha auspicato anche la presenza di scrittori palestinesi, quasi a "riequilibrare" la vostra.

«La "Fiera del libro" è un appuntamento internazionale, ci sono scrittori da tutto il mondo e credo siano già stati invitati anche scrittori palestinesi. Ma ogni anno c’è un ospite d’onore, e quest’anno è Israele. Magari l’anno prossimo lo sarà la Palestina: andrebbe benissimo».

Negli ultimi anni, peraltro, vari scrittori israeliani hanno avuto successo in Italia, basti pensare ad Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua: come mai?

«Credo che i motivi siano due. Il primo è che in Israele c’è una buona letteratura, con una produzione molto vivace e moderna, anche se nello stesso tempo è la letteratura più antica del mondo occidentale. Noi possiamo leggere testi scritti tremila anni fa in ebraico e ancora comprensibili, mentre in Italia o in Grecia non è più possibile leggere i classici dell’antichità e comprenderli nella lingua originale: bisogna tradurli. Il motivo secondo è che - e mi dispiace dirlo - c’è un forte interesse legato alla situazione politica. Il pubblico italiano è interessato ai fatti del Medio Oriente ed è curioso di conoscere questo mondo che gli scrittori israeliani descrivono».

Nel suo ultimo romanzo, «Il ragazzo e la colomba» (appena edito da "Frassinelli"), lei narra una storia che ha per sfondo la guerra. È inevitabile che uno scrittore israeliano parli di guerra?

«No, infatti è la prima volta che la faccio entrare nei miei romanzi.
Negli altri la guerra è citata, ma non "interferisce" più di tanto con le storie. Questo comunque non è un romanzo di guerra, ma una storia d’amore che avviene in un periodo di guerra».

Il libro narra in realtà due storie che si intrecciano: quella di due ragazzi che si vogliono bene scambiandosi lettere e messaggi d’amore per mezzo dei "piccioni viaggiatori", durante il primo conflitto arabo israeliano del '48, e quella dell’"io narrante", cioè di un uomo che compera una casa e la ristruttura per farne la "sua" casa, e ci riesce con l’aiuto di una donna che diventerà la "sua" donna. Tema comune è il desiderio di tornare a casa...

«Anch’io sono un "piccione viaggiatore". La mia casa è prima di tutto Israele. Poi, negli ultimi dieci anni, ho vissuto in una piccola casetta che ho ristrutturato e riorganizzato come fa il protagonista del mio libro. Verso questa casa provo sentimenti molto profondi, e tutte le volte che parto sento una forte nostalgia e il desiderio di tornarci. È in un piccolo villaggio che si chiama Alonei Aba, dal nome di un partigiano che è stato ucciso durante la seconda guerra mondiale».

Lei dice che questo libro è una storia d’amore: ma per un amore che nasce e che dura, altri ne muoiono, a volte per colpa della vita, a volte per colpa della guerra...

«Per me scrivere questo libro è stato molto difficile dal punto di vista emotivo. Dopo averlo finito ero esausto, sia dal punto di vista mentale che emotivo. Ma quando il ragazzo muore in guerra, la sua colomba si alza tra gli spari, e per un attimo tutto si ferma, finché la colomba vola via. Il senso del libro è tutto lì, in quell’ultimo messaggio lanciato da un morente».