OLTRE LE MACERIE

A cinque mesi dalla "tragedia" che ha colpito la regione cinese del Sichuan,
viaggio nella "scuola" che divenne l’emblema del disastro.
Il dolore e la voglia di ricominciare.
Insieme alle denunce per i difetti di progettazione di tanti edifici crollati.

RITAGLI     Cina, i bambini del "terremoto"     SPAZIO CINA

I "sopravvissuti" di Beichuan, tra speranze e polemiche.
«Prima che arrivassero i soccorsi,
questi ragazzi sono rimasti per venti ore da soli a scavare tra le "macerie"».
Molti ancora sotto "choc".

Le macerie della scuola di Beichuan, uno dei luoghi­simbolo del terremoto che nel Maggio scorso ha colpito la regione del Sichuan, causando migliaia di vittime! Bambini a scuola, nel centro di raccolta organizzato nella città cinese... Sopravvissuto al terremoto, tra i resti delle case crollate!

Da Beichuan, Stefano Zoja
("Avvenire", 30/9/'08)

«Non vedevo più gli altri, così mi sono gettato dal terzo piano e cadendo sulle macerie ho sentito la gamba che cedeva. Ero immobilizzato e una crepa si è aperta nel terreno, correva verso di me e temevo che ci sarei caduto dentro, ma si è fermata. Vedevo il lago giù nella valle, di colpo la terra sotto di me si è aperta e tutta l’acqua è stata risucchiata, come da un lavandino». Chang ha tredici anni e prima del crollo frequentava la scuola di Beichuan, divenuta il simbolo del terremoto che il 12 Maggio ha devastato il Sichuan. Ora che cammina di nuovo e sono trascorsi quattro mesi, il ragazzino comincia a riconciliarsi con quei ricordi.
Le macerie della scuola sono rimaste dove stavano. Non c’erano i mezzi per rimuoverle. Sullo sfondo dei detriti si vede ancora in piedi lo scheletro del dormitorio dove vivevano gli studenti. «Se il terremoto fosse avvenuto di notte, molti bambini si sarebbero salvati», spiegano alcuni volontari. Invece le aule sono crollate, uccidendo 1.700 ragazzi. Avevano fra i dodici e i diciannove anni, si erano trasferiti a studiare qui da Beichuan e dai villaggi vicini.
Quando il "premier" Wen Jiabao, alcuni giorni dopo il sisma, venne qui per ridare coraggio a una nazione sconvolta, Chang e i suoi amici sopravvissuti se n’erano già andati a
Mianyang.
Si trova qui il centro che accoglie i bambini di Beichuan. Sono circa tremila: più di mille gli scampati, ai quali si aggiungono i nuovi iscritti, provenienti dalle zone circostanti e anch’essi rimasti senza scuola o casa. Fino a pochi mesi fa questa era una struttura industriale, oggi appare solo un ampio terreno recintato che si arrampica su una collina. In basso c’è uno spiazzo verde e alcuni campi sportivi, utilizzati anche per le adunate, salendo si trovano decine di "prefabbricati" bianchi in file ordinate, soprattutto dormitori e aule.
A certe ore i viottoli si riempiono di ragazzini sorridenti, con i loro libri di scuola. Qualcuno è rimasto invalido, mentre due o trecento hanno perso i genitori. Quasi nessuno comunque può vedere i propri parenti, spesso confinati in montagna dalle strade spaccate e dalle frane.
Tuttavia nel centro si è instaurata una nuova normalità. L’anno scolastico è iniziato il 4 Settembre, con qualche settimana di anticipo per recuperare il tempo perso nel periodo dell’emergenza. Si sta in classe sette ore al giorno, più i compiti ed eventuali lezioni serali. Le materie sono quelle dei bambini di tutto il mondo, in più ci sono le ore di politica, che «familiarizzano» al comunismo e al capitalismo, e quelle dedicate all’addestramento "paramilitare". Eppure della tradizionale burocrazia cinese qui è rimasta più che altro la ritualità, svuotata della rigidezza. A coordinare il centro, al di sopra di un drappello di dirigenti, c’è Liu Yuchuan, un quarantenne dal volto intristito, già Preside della scuola di Beichuan. Nel terremoto ha perso la moglie e l’unico figlio, e forse l’umanità della sua gestione discende anche da questo. È stato lui a decidere, nei giorni della massima confusione, di aprire le porte del centro all’"équipe" di psicologi e volontari guidata da due professori universitari, Heyong Shen e sua moglie Gao Lan.
Il 20 Maggio i due si erano presentati qui assieme ad alcuni loro studenti, con la sensazione precisa di dover fare qualcosa. «Prima che arrivassero i soccorsi, i ragazzi di Beichuan sono rimasti per venti ore soli a scavare fra le macerie per aiutare i compagni intrappolati. Il giorno dopo, guidati solo da qualche insegnante, hanno marciato per decine di chilometri dalla scuola fino a Mianyang. Bisognava venire qui e ascoltarli, aiutarli», dice Shen.
Il loro intervento si basa soprattutto sulla "terapia della sabbia", una tecnica che prevede di lasciare i bambini liberi di giocare con una sabbiera e alcune miniature, aiutandoli così a elaborare per via simbolica i loro traumi. Chi ha perso i genitori, ha subito una mutilazione, o semplicemente ha nostalgia di qualcuno dei suoi vecchi compagni, può trovare un ristoro nel gioco e nelle poche parole dei volontari.
Ma gli ostacoli all’iniziativa sono nell’improvvisazione e soprattutto nei numeri: troppi sono i bambini, pochi e inesperti i volontari. Capita che facciano turni di sole due settimane e che se ne vadano proprio quando il bambino comincia ad aprirsi. D’altra parte spesso troppi ragazzi si affollano intorno alle poche sabbiere disponibili, ostacolandosi gli uni gli altri nel gioco, litigando per le stesse miniature. Tanti non riusciranno mai a giocare. «Ci mancano spazi, persone, sabbiere», spiega Gao Lan. Proprio con lei si era aperto per la prima volta il piccolo Chang. Per oltre sessanta giorni, immobilizzato da una gamba rotta, il bimbo aveva vissuto in una delle tende inizialmente allestite nel centro, solo con qualche libro. Due mesi di isolamento, in compagnia delle terribili immagini di quel giorno. L’incontro con Gao Lan è stato una liberazione. Ma la traumatica esperienza di Chang, così comune nel centro, si è sbloccata per una via che migliaia di altri bambini non conosceranno mai.
La politica non ha tempo di occuparsi dei "giochi con la sabbia". La contabilità dell’emergenza soverchia il dramma dei bambini. Sono 45 milioni le persone toccate dal terremoto di Maggio, avendo perso la casa o almeno un parente. Lo sforzo di
Pechino per gli sfollati e la ricostruzione è imponente. Dujiangyan, Deyang, Han Wang: ovunque si trovano quartieri devastati o intere città fantasma, che il Governo ha promesso di ricostruire da zero a poca distanza dai luoghi originali. Per la rifondazione di Beichuan il Piano parla di due anni.
«Ricostruiremo anche la vostra scuola», prometteva da un grande palco rosso il "premier" Wen Jiabao, tornato qui dieci giorni fa per parlare ai ragazzi. Ma con ogni probabilità il centro di Mianyang sarà la loro casa ancora per diversi anni. Ed è proprio alle grandi adunate che il colpo d’occhio rivela il punto cieco delle operazioni di soccorso. I volti dei bambini puntati verso il palco sono innumerevoli, e ciascuno avrebbe la propria storia da raccontare.