SCRITTORE DAI MONTI

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MARIO RIGONI STERN
("Avvenire", 21/10/’07)

Da qualche anno ci si accorge che la montagna non abitata dall’uomo non solo si sta "rinselvatichendo" – e questo non sarebbe un male – ma sta crollando perché perde quell’equilibrio che il lavoro dei montanari era riuscito a mantenere in piedi per secoli dopo averlo pazientemente creato. Si scopre così che con le guerre che hanno fatto morire generazioni di uomini validi (quei monumenti ai caduti nei villaggi abbandonati!), con l’emigrazione e con l’invecchiamento della popolazione rimasta, la montagna in genere, ma specialmente il nostro versante alpino e gli Appennini, sono diventati «terzo mondo» e nuova colonia della civiltà consumistica; terra ludica da sfruttare fin dove è possibile con il turismo di massa o d’"élite", e con l’investimento di capitali notevoli che spesso traggono origine dalle speculazioni, o peggio. Le deturpazione del paesaggio come al Breuil, o a Madonna di Campiglio, a Campitello di Fassa e in chissà quanti altri luoghi, è, a mio avviso, non così grave come l’"antropizzazione" negativa che questa maniera di inserimento comporta; abbiamo un carico umano che non è fatto di montanari e nemmeno da alpinisti o naturalisti, ma da tanti che la frequentano temporaneamente come luogo di richiamo dove si può incontrare gente importante: un "salotto" letterario o d’affari trasferito in vacanza nella stazione alpina di moda. Ho sentito un giorno in treno magnificare il mio Altipiano non per la sua storia e i suoi boschi, ma perché vi ha la villa un famoso cantante e ci vengono a villeggiare certi onorevoli. Ma dove una volta i miei compaesani legavano il cavallo che tirava la slitta ora viene a parcheggiare una "Rolls Royce". Non sto a dire se questo è un bene o un male, ma osservo che è capitato nel giro di questi ultimi anni ed ecco, allora che non si deve ignorare questo fenomeno, ma studiarlo nell’insieme di tanti altri che avvengono nella nostra società; tenendo sempre presente che qualsiasi mutamento, o scomparsa, o degradazione di un costume rappresenta qualcosa che abbiamo perduto per la storia dell’uomo. E chi agisce per cambiare deve sapere che cosa c’era prima, al fine di non ritrovarsi con un conto in perdita. Se sono rimasto nella terra dei padri, o nella «matria» per dirla come Andrea Zanzotto, è stata per me una cosa naturale e spontanea, non certo una scelta meditata e sofferta, anche se negli anni del dopoguerra più volte si era affacciata l’idea di andarmene emigrante come i miei fratelli e tanti altri amici e compaesani.
Qualche volta, però, ho anche l’impressione di essere comandato «di retroguardia» dai miei avi, per non far travolgere il reparto come durante una ritirata. Oppure di essere rimasto sul posto per testimoniare i segni di una civiltà che interessi esclusivamente venali e una grossolana banalità vorrebbero far sparire per proprio comodo; sono rimasto per raccontare quello che ho ereditato, quello che ho ascoltato e visto, quello che vedo e provo. Ecco, quindi, che essere rimasto scrittore «in montagna» non è un merito ma una condizione che mi è stata come imposta dall’ambiente; e poi anche perché in altro modo non saprei essere. Ricordo una quindicina d’anni fa quando una grande casa editrice milanese mi propose un lavoro redazionale per una enciclopedia a dispense. Andai a vedere, ma quella sera stessa ero già di ritorno a casa: in quegli uffici mi sembrava d’essere un capriolo nel giardino zoologico. Questo modo di essere certamente pone dei limiti che sono il primo a riconoscermi; mi dà però la possibilità di vedere le nostre cose di oggi da un orizzonte più aperto, come si può vedere da una montagna, appunto. E il paesaggio non è certo consolante. Stiamo vivendo un tempo di mutamenti rapidi e radicali, e questi sintomi si sono visti e provati prima nelle periferie "extraurbane" che non nelle città, in montagna prima che in pianura. Tradizioni culturali e maniere di vivere sono state travolte e dimenticate sotto la pressione di un falso benessere; anche gli interventi pubblici sono stati condizionati da questo fenomeno e gli investimenti fatti non hanno certo migliorato la situazione. I costi umani vengono caricati sulle spalle di chi ha meno forza per difendersi. Assistiamo pure a una logica di sviluppo che non tiene conto del valore della continuità e della diversità, ma tende all’appiattimento della massa. «Il mondo va male e si salveranno solo alcune isole» mi scriveva un caro amico dopo aver letto la "Storia di Tönle". Forse ha ragione, ma guardando dalla mia finestra vedo sovente un contadino anziano reduce da ogni patria battaglia che con pazienza "sfalcia" ogni anno il fieno per le sue mucche, o sparge il letame, o cura il suo pezzo di bosco; vedo anche una donna sola che non chiede la pubblica assistenza ma ogni giorno possibile sale nel bosco a farsi la legna, coltiva il suo campo e il suo orto; e un ragazzo di 16 anni mi diceva che a scuola non imparava più niente, ma che suo nonno gli ha insegnato a fare l’allevatore. In questa Italia degli scandali c’è ancora chi in montagna raccoglie un fascio di legna per non bruciare petrolio e abbrustolisce sulla brace una crosta di formaggio quando nei bidoni delle immondizie vediamo fette di panettone. Poco lontano da una discoteca alla moda dove si brucia giovinezza, "hashish" e denaro due vecchie vivono serene e con dignità con la misera pensione sociale. Sono gli ultimi segni di quella che chiamo «la civiltà delle porte aperte» e che mi fanno essere scrittore di montagna oggi; di "retroguardia".