LA TRAGEDIA

L’inquinamento del fiume Songhua è ormai un caso internazionale:
nelle prossime ore il liquame arriverà in Russia.
I governi dei due Paesi hanno stabilito una linea rossa per fronteggiare l’emergenza,
ma le polemiche attorno all’incidente sono feroci.

RITAGLI   In Cina esplode la bomba ecologica   CINA
Nuovo incidente in impianto chimico, migliaia in fuga

Da Shangai, Antonio Talia
("Avvenire", 26/11/’05)

Dall'estremo nord ai confini con la Siberia fino al sud ovest la Cina è in preda all' allarme inquinamento da benzene: una nuova esplosione in un impianto petrolchimico della Yingte Chemical Company, provincia di Dianjiang, regione di Chongging ha causato la morte di almeno un operaio, la chiusura di due scuole nelle vicinanze e l'evacuazione di oltre seimila persone. Le autorità della zona hanno invitato la popolazione a non utilizzare le acque del fiume per nessun motivo. Il 13 novembre scorso era toccato a uno stabilimento della China National Petroleum Corp nella provincia di Jilin: un'altra esplosione aveva ucciso almeno 5 persone, riversando nel fiume Songhua oltre 100 tonnellate di prodotti chimici tossici. Le sostanze velenose hanno percorso circa 380 chilometri in 11 giorni e giovedì hanno raggiunto la città di Harbin, che sta affrontando il suo quarto giorno senza acqua corrente. Le autorità municipali tranquillizzano la popolazione assicurando che i rubinetti verranno riaperti entro domenica, ma mentre molti abitanti abbandonano la città e quelli che rimangono danno la caccia ai nuovi rifornimenti di acqua che il governo centrale spedisce da tutto il Paese, il disastro ecologico del fiume Songhua è ormai un caso internazionale: nelle prossime ore la massa inquinata attraverserà i confini con la Russia e tra il 30 novembre e il primo dicembre toccherà la città di Habarovsk, 650 mila abitanti. I governi dei due Paesi hanno stabilito una linea rossa per fronteggiare l'emergenza, ma le polemiche attorno all'incidente sono feroci: Pechino in un primo momento aveva negato qualsiasi rischio per l'ambiente, e solo tre giorni fa il vice direttore dell'Amministrazione per la protezione ambientale dello Stato Zhang Lijun ha confermato la pericolosità delle emissioni. La Cnpc ci fa una figura ancora peggiore: il vicepresidente Zeng Yukang aveva sostenuto che il benzene si fosse "disintegrato" a contatto con l'acqua, poi è stato costretto a chiedere scusa alla popo lazione di Harbin. L'agenzia di stampa di Stato Xinhua ha annunciato l'invio in città di una squadra di esperti del governo centrale. La presenza nel gruppo di "funzionari disciplinari" non lascia presagire nulla di buono per Zeng. Così, mentre due regioni della Cina lontanissime tra loro si ritrovano unite dall'allarme ecologico, si temono gli effetti a medio e lungo termine: il benzene è un cancerogeno riconosciuto per l'uomo, capace di colpire il midollo osseo, la produzione del sangue e causare danni irreversibili a fegato, cervello e reni e compromettere per decenni l'equilibrio ecologico del fiume. Pechino ha mantenuto sulla questione la linea che la contraddistingue in casi simili: mercoledì scorso l'Onu ha offerto «una valutazione neutrale, indipendente e professionale» sui pericoli delle emissioni, ma la Cina non ha dato alcuna risposta. Ad andare sotto processo, insomma, è il sistema di un Paese che sta sacrificando a uno sviluppo dai ritmi martellanti il rispetto di qualsiasi accordo internazionale sulle emissioni dannose: nel rapporto 2004 diffuso a giugno dalla Sepa, l'Amministrazione statale per la protezione dell'ambiente, il vicepresidente Wang Yuqing afferma che «molti governi locali si concentrano solo sulla crescita economica senza seguire la precisa indicazione di Pechino per uno "sviluppo sostenibile"». La qualità dell'aria è «in genere scadente», e «oltre la metà delle maggiori città è affetta da piogge acide e da un'alta concentrazione di micro-polveri inquinanti». Nel 2004 la qualità dell'acqua dei 7 fiumi principali è stata esaminata in 412 tratti e, nel 58,2% dei casi, è risultata «non adatta al consumo umano». L'opposizione delle amministrazioni locali ai tentativi del governo centrale di limitare l'inquinamento non deve cogliere di sorpresa: molte delle aziende che stanno forgiando la nuova Cina sono agglomerati di cui è difficile stabilire la proprietà, con un groviglio di quote di partecipazione che incrocia governo nazionale, privati e potentati locali, in cui spesso il funzionario statale ha anche un interesse economico personale e diretto. Cncp e Yngte Chemical Company non sembrano sfuggire a questa regola.