Le "polemiche" non ci disturbino

RITAGLI     La scienza onorata e restituita alla verità     DOCUMENTI

Giuseppe Tanzanella-Nitti
("Avvenire", 18/10/’08)

Nella sua "Apologia di Socrate" Platone fa dire al "maestro" che «il bene più grande per l’uomo è fare ogni giorno ragionamenti sulla virtù» e che «una vita senza ricerca non è una vita degna d’essere vissuta». È a questa tradizione di pensiero, interprete antica della posizione dell’uomo nel panorama del mondo, che si riconduce l’"appello" rivolto dieci anni or sono dalla "Fides et Ratio" a osare nella ricerca della verità. Questo medesimo "appello" è stato ripreso con vigore e rilanciato da Benedetto XVI, ricevendo Giovedì scorso in "udienza" i partecipanti al "Convegno" dedicato alla tredicesima "Enciclica" di Giovanni Paolo II, che si sta svolgendo al "Laterano". Una particolarità del Discorso, che ha attirato l’attenzione dei commentatori, riguarda gli espliciti riferimenti rivolti alle scienze. Riferimenti che una lettura frettolosa ha spinto taluni spiriti critici a "glossare" il Papa in modo ironico o perfino "capzioso". Si tratta dei passaggi del Discorso che sembrano attribuire alla scienza la responsabilità di aver fatto "slittare" la ricerca della verità da un ambito "speculativo" ad un ambito esclusivamente "sperimentale", o quella di aver fomentato una "hybris" che spinge l’uomo a volersi sostituire al "Creatore". In realtà, il giudizio sulle scienze – non potrebbe essere diversamente – è innegabilmente positivo: in continuità non solo con il "magistero" di Benedetto XVI e del suo predecessore Giovanni Paolo II, ma ancor prima con la "prassi" storica della Chiesa, dalla fondazione delle "Università" a quella degli "Osservatori Astronomici" (almeno quelli del nostro Paese). «La ricerca scientifica – si legge nel Discorso di Giovedì scorso – ha certamente il suo valore positivo. La scoperta e l’incremento delle scienze matematiche, fisiche, chimiche e di quelle applicate sono frutto della ragione ed esprimono l’intelligenza con la quale l’uomo riesce a penetrare nelle profondità del creato. La fede, da parte sua, non teme il progresso della scienza e gli sviluppi a cui conducono le sue conquiste, quando queste sono finalizzate all’uomo, al suo benessere e al progresso di tutta l’umanità».
Il punto in questione è che Benedetto XVI, come tutti noi, nel riferirsi alla scienza deve fare i conti anche con quell’immagine dell’"impresa scientifica" – non rappresentativa nel suo insieme ma veicolata da non pochi "mezzi di comunicazione" e ben presente nell’immaginario collettivo – , che la vedrebbe impegnata quasi esclusivamente nella produzione del sapere "pragmatico" e di tecnologia finalizzata a soddisfare i desideri di ciascuno, spesso in complicità con le leggi del "mercato". Dove appare chiaro che il riferimento del Papa alla "hybris" e all’arroganza di sostituirsi al "Creatore" è un giudizio che riguarda "in primis" (e forse "in toto") alcune applicazioni delle "bio-tecnologie". Un modo di intendere la scienza che ha indotto ad "enfatizzare" la verità dei risultati "pragmatici", a spese di quella verità che trascende l’analisi "empirica".
Operazione, però questa, condotta "impavidamente" e nell’incuranza della "contraddizione" di scorgere nella scienza sia la fonte di una salvezza "immanente" sia, al tempo stesso, l’origine di tutti i mali. Quasi a dimostrare che l’immagine in questione non può essere quella vera. Da questa visione della scienza "asservita" ai condizionamenti economici e talvolta anche politici, Giovanni Paolo II voleva liberarla, come "magistralmente" esposto nel Discorso tenuto a Colonia nel 1980. Benedetto XVI, che altri Discorsi ci hanno già mostrato assai sensibile al tema della "intelligibilità" e della "razionalità" della natura, riconosce qui con coraggio che la scienza è "impresa di verità". Non una verità creata per i nostri usi, bensì una verità che va ricevuta, e scoperta. «Da qualsiasi parte avvenga la ricerca della verità – ha affermato Giovedì il Pontefice – , questa permane come dato che viene offerto e che può essere riconosciuto già presente nella natura. L’"intelligibilità" della creazione, infatti, non è frutto dello "sforzo" dello scienziato, ma condizione a lui offerta per consentirgli di scoprire la verità in essa presente».
Il fatto che la scienza non acceda alle "verità ultime" non le impedisce di essere genuina "impresa di verità". A patto che si abbia l’umiltà di cercarla con "onestà" intellettuale, tanto nella filosofia come nelle scienze. Una verità che anche la "teologia" cerca con passione, ma già indicando a tutti che essa ci viene incontro con il "volto" di Cristo.