Marco Tarquinio
Una Chiesa al servizio del Paese. Sulle frontiere,
piccole e grandi, dell'«impegno aperto e concreto a favore della persona
umana». In una fase nella quale, in vari modi e attraverso molti mezzi di
comunicazione, si dispiega la voce di coloro che pensano la Chiesa cattolica e
la sua presenza nella realtà italiana in termini spesso impropri, sempre
ridondanti e comunque eccessivi, c'è un'ulteriore possibilità di capire di
più e meglio come la Chiesa pensa se stessa. Come intende, qui e ora, la
propria missione.
Ciò che è sotto gli occhi di tutti, il "giorno per giorno"
dell'azione pastorale e di promozione umana svolta tra la nostra gente, per essa
e con essa, si fa infatti idea e pietra di paragone nei messaggi che, ieri,
Benedetto XVI ha inviato alla Commemorazione della storica visita al Parlamento
compiuta da Giovanni Paolo II e, poche ore dopo, ai vescovi italiani riuniti ad
Assisi. E trova complemento, e specifico completamento, nei concetti attorno ai
quali il cardinale Camillo Ruini ha sviluppato la prolusione ai lavori
dell'assemblea episcopale.
Mentre qualcuno si ostina a pensare e a parlare di Chiesa in termini di potere,
la Chiesa continua a pensare, a parlare e ad agire in termini di servizio. E al
centro dell'attenzione - nelle riflessioni del Papa come in quelle del
presidente della Cei e, soprattutto, nelle opere di cui esse sono specchio e
testimonianza - ci sono le questioni e le persone che, al di là di proclami e
ovvietà declamatorie, troppo spesso vengono relegate in fondo alla lista delle
effettive priorità. Le vecchie e nuove povertà che piagano una società
sviluppata come la nostra e, dunque, tutti i "soggetti deboli", a
cominciare dagli ammalati, dai senza lavoro e dai perseguitati dalla
criminalità organizzata. Senza perdere di vista, stante la perdurante
incapacità di risposta strutturale da parte delle pubbliche amministrazioni, la
quasi incredibile emergenza rappresentata dall'assenza di politiche coerenti e
stabili a sostegno della famiglia. E senza abbandonare neppure un momento
l'appassionata difesa della dignità della vita umana, in ogni sua fase, in
qualunque circostanza, di fronte a qualunque insidia: guerra o aborto, violenza
o discriminazione.
È la lista degli "ultimi", delle condizioni di "ultimanza",
della nostra società. Ben conosciuta, eppure sempre in aggiornamento. Ed è
davvero drammatico dover registrare che persino i figli - i figli nati, quelli
non nati, addirittura quelli che si è indotti a ritenere di «non potersi
permettere» - ne sono ormai parte in quanto tali. Non categorie astratte, ma
persone, concretissime vite protagoniste di questioni umane e sociali davanti
alle quali è facile lasciarsi commuovere in discorsi ufficiali e assai più
difficile muovere la macchina degli interventi "dall'alto".
La solidarietà scava comunque vie, e per esse si manifesta. Ma questa
solidarietà "dal basso" - quella che continua a germinare dalle
parrocchie, dalle realtà ecclesiali di impegno, dalle associazioni e dai
movimenti di volontariato - non spegne l'ansia di giustizia e di verità. Ne
conferma, anzi, la necessità. Ne certifica l'urgenza. E proprio per questo la
Chiesa, per bocca del Papa e nella riflessione corale dei vescovi, chiede di
affrontare alla radice i problemi e torna a ricordare che al centro delle scelte
politiche ed economiche «non può che essere la persona umana, con i valori
inerenti alla sua dignità individuale e sociale». Un interesse comune più
grande di qualsiasi interesse particolare.
Se questa è «ingerenza», come qualcuno protesta, si potrebbe concludere che
è un'ingerenza profondamente umanitaria. Ma se questo, come sottolinea con
pacatezza il cardinale Ruini e come oggettivamente risulta a chi rinuncia a
filtri ideologici, è il «contributo» che la Chiesa continua a offrire «alla
libertà di ciascuno», allora sarebbe saggio che la sfida venisse laicamente
compresa e accettata per quello che è. Senza deformarne il senso. Senza cercare
alibi.