Oltre "slogan" e "luoghi comuni"

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e costruire vera "integrazione"

Marco Tarquinio
("Avvenire", 26/5/’09)

Bisogna saper alzare lo sguardo sul futuro della società italiana, e bisogna farlo ora. La riflessione e la "chiamata a dibattito" con le quali il Cardinale Angelo Bagnasco ha aperto ieri i lavori dell’"Assemblea dei Vescovi" sembrano basarsi in buona parte sulla consapevolezza di questa urgenza. L’argomentare del Presidente della "Cei" porta direttamente al cuore dei problemi, con una chiarezza e una pacatezza che ci piacerebbe cominciare a ritrovare nel confronto tra i protagonisti della scena pubblica nazionale.
Le sfide da affrontare, le occasioni da cogliere e i nodi da sciogliere nella vita della comunità cristiana finiscono, del resto, per incrociare regolarmente le grandi questioni che segnano la vicenda civile del nostro Paese. E la Chiesa – in forza della sua straordinaria presenza e della sua profonda conoscenza della quotidianità della nostra gente – è nelle condizioni di segnalare problemi, allarmi e opportunità semplicemente facendo il proprio "mestiere". Che è quello di annunciare Gesù Cristo, di riconoscerlo nel volto di ogni fratello e di testimoniarlo intervenendo concretamente al fianco di coloro che sono in situazioni difficili (a causa della "crisi economico-finanziaria" così come del "sisma" che ha martoriato l’
Abruzzo; a motivo dell’"emigrazione" lontano dalla propria terra così come delle malattie o della solitudine o, ancora, della generale e preoccupante caduta di tensione e capacità educativa...). Un "mestiere" che è anche e soprattutto quello di chiarire che la carità è sorella della verità e che senza la «verità sull’uomo» – senza cioè la disponibilità ad assumere il «valore incomparabile della dignità umana» in ogni «istante e condizione» della vita e, dunque, dell’«uguaglianza tra tutti gli esseri umani» – non ci potrebbe essere la grandiosa libertà di «un amore effettivamente altruista». E viene da annotare quanto sia curioso il fatto che questa Chiesa che parla della «verità sull’uomo» e, dunque, fa con fedeltà il "mestiere" che le è stato affidato sia, per alcuni, addirittura imputabile di arcigno «disinteresse» per ciò che è umano o, a giorni alterni, di «interventismo» in campi non suoi...
Il Cardinal Bagnasco torna, anche per questo, a ricordarci che carità e verità sono inseparabili. E che non si può contrapporre la via doppiamente buona (per i risultati che dà e per i consensi che suscita) della "solidarietà" a quella doppiamente ardua (perché a volte più difficile da spiegare e meno semplice da percorrere) della difesa di cruciali affermazioni "bio-etiche". Perché è a partire da questi princìpi – condensabili, appunto, nel valore mai negoziabile della persona umana – che lievita l’azione efficace e coinvolgente di una Chiesa che «non fa selezioni» e sta con ogni uomo sulla «via crucis» che gli tocca di percorrere.
Riconoscere la «verità sull’uomo» è, in effetti, il modo più radicale e profondo per alzare lo sguardo e renderci capaci di futuro. Ed è, suggerisce ancora l’Arcivescovo di
Genova, il punto di partenza anche del ragionamento possibile e necessario sul fenomeno dei "migranti". Non dobbiamo lasciarci schiacciare dal peso dell’emergenza, che produce un’ansiosa sindrome d’"assedio", e da un orizzonte che non va oltre la Costa Nord-Africana, dalla quale salpano gli "scafi" dei disperati e a cui, per anni, sono troppo spesso tornati tragici "relitti" e, da qualche tempo, mesti gruppi di «respinti». Come italiani e come europei non possiamo rassegnarci a visioni e risposte palesemente inadeguate, e abbiamo davanti due sfide decisive. Dobbiamo saper guardare alla radice del problema (le «condizioni economiche e sociali» dei Paesi di "emigrazione"), interpretando con continuità una politica di "cooperazione internazionale" che i contraccolpi della "crisi mondiale" hanno reso ancora più esile e che la lezione impartitaci da questa stessa "crisi" dovrebbe invece indurci a irrobustire una volta per tutte. E dobbiamo creare le condizioni per un’«effettiva integrazione» degli "immigrati". Può sembrare uno "slogan" tristemente consumato dal "non-uso", ma è e resta l’antidoto al rischio che il tessuto delle nostre città, delle nostre comunità, si "slabbri" e spezzetti. È il modo per evitare l’incistarsi di «enclave etniche», frutto di un "multi-culturalismo" destinato a produrre contrapposizioni, per far crescere un positivo contagio tra persone e culture e affermare con chiarezza la logica dei diritti e dei doveri che porta ai «patti di cittadinanza».
Il Presidente della "Cei" spiazza, insomma, tutti rispetto ai "luoghi comuni" delle ultime settimane. E indica l’opportunità di cominciare a progettare e a costruire davvero, forti della nostra secolare identità, il "luogo comune" dello stare insieme di cittadini vecchi e nuovi. È una prova obbligata che ammette errori e correzioni, non più ritardi.