RELIGIONE E CULTURA

RITAGLI   Algeria, nel deserto c'è dialogo   SEGUENTE

«La Chiesa per un popolo musulmano»: un intervento di Teissier.
«Crescono le occasioni di confronto, e anche le conversioni al cristianesimo».

Di Mons. Henri Teissier, Arcivescovo Di Algeri
("Avvenire", 16/10/’05)

La Chiesa d'Algeria è insignificante in numero: qualche migliaio di cristiani in un popolo di trenta milioni di musulmani. Ma, in questo popolo musulmano essa costituisce comunque un segno. Molti algerini, pur restando musulmani, ci dicono: «Voi siete la nostra Chiesa». Ecco ciò che vorremmo essere: non la Chiesa in Algeria, ma la Chiesa d'Algeria. Ed è così che ad esempio alcuni musulmani algerini ci dicevano, in occasione dell'elezione del nuovo Papa: «Perché la nostra Chiesa non è rappresentata a Roma nel momento in cui si sceglie il nuovo Papa?». Discorsi di questo tenore, naturalmente, non si tengono dappertutto, poiché siamo presenti soltanto attraverso 110 preti, 162 religiose e meno di diecimila battezzati. Tuttavia la nostra diffusione è relativamente capillare, poiché le nostre comunità, pur molto piccole, sono ripartite in un centinaio di luoghi sul territorio nazionale, il che comunque è poca cosa in un paese grande come quattro volte la Francia. Il segno principale rimane tuttavia l'esistenza delle nostre piccole comunità cristiane, talora estremamente esigue, ridotte alla misura di una comunità di petits frères nell'Assekrem o una comunità di religiose sugli altopiani o in un quartiere popolare. Molti in Algeria, benché musulmani, sono fieri d'avere così "la loro Chiesa" o, in ogni caso, d'avere presso di loro qualche cristiano o una comunità di religiose.
La vita della Chiesa in Algeria ci offre l'opportunità di iniziare una nuova stagione della missione, quella della testimonianza cristiana a persone credenti che appartengono ad un'altra religione. Non si tratta di negare la possibilità di conversioni di musulmani al cristianesimo. Esse esistono, oggi più che in passato. Si tratta piuttosto di cercare in che modo il dono che Dio ci ha fatto attraverso la vita di Cristo possa diventare, tra le altre cose, un segno per dei non cristiani, nel caso specifico dei musulmani. D'altronde, questo movimento è reciproco perché anche noi dobbiamo scoprire nei nostri fratelli musulmani gli esempi di fedeltà alla chiamata che Dio rivolge loro, nell'intimo delle loro coscienze, e riceverne testimonianza per sostenere la nostra propria fedeltà a Dio.
Troppo spesso abbiamo confiscato il volto di Gesù, quasi che potesse portare un messaggio di vita solo ai cristiani ed ai catecumeni. Gesù ed il Suo Vangelo sono doni di Dio per tutti gli uomini di buona volontà, anche per quelli che restano nella loro religione d'origine. Come cristiano, posso trovare segni nella vita di Gandhi. Perché un musulmano non potrebbe trovare dei segni di Dio nella vita e nel messaggio di Gesù? Un musulmano che legge la parabola del figliol prodigo o quella del buon samaritano o l'episodio dell'adultera può accogliere le chiamate iscritte in questi testi come incitazioni ad entrare personalmente negli atteggiamenti spirituali che questi testi suggeriscono.
Troppo a lungo si è ridotto l'ambito della testimonianza cristiana al circolo limitato dei battezzati e dei catecumeni. E certamente essi hanno pieno diritto a questa testimonianza. Ma occorre adesso scoprire che esiste un dono di Cristo anche per coloro che, attualmente, restano nella religione dei loro padri, ma si fanno sensibili ai segni particolari che la Chiesa ed i cristiani rivolgono loro. Un direttore di giornale, islamista, che aveva conosciuto un cristiano, viene a dirgli, dopo qualche tempo, tutto contento: «Ho trovato nel Vangelo questa frase che cambia il mio modo di vedere; "Se amate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Forse che i pagani non fanno lo stesso?"». E non è questa una parola di Gesù preziosa per ogni uomo, cristiano o non cristiano? Proprio questo, in effetti, voleva dirci una ragazza, amica della Chiesa di Orano, relativizzando le differenze che i dogmi stabiliscono, quando si tratta di fedeltà concrete da mettere in pratica insieme: «In Algeria il sangue si è mescolato. Questo credeva Pierre Claverie, lui che ha mescolato il suo sangue con quello di Mohammed. Non vi sono specialmente cristiani, né specialmente musulmani: c'è la rivelazione di Dio all'uomo».
La storia ha posto troppo spesso cristiani e musulmani in campi avversi. Gesù ci ha mandati a renderci prossimi a quelli da cui saremmo potuti restare lontani. Nella parabola del Buon Samaritano ci pone la domanda: «Quale dei tre, secondo te, si è mostrato prossimo all'uomo che era incappato nei briganti». Musulmani cui, in questi ultimi anni, è stato insegnato che il mondo si divideva in fedeli ed infedeli ed è stato consigliato, molto spesso, di non frequentare gli infedeli, scoprono così che non bisogna mettersi al posto di Dio suscitando le Sue creature le une contro le altre. Allo stesso modo, cristiani che sono stati educati nei medesimi pregiudizi, imparano in Algeria a fare del superamento dei confini un luogo della loro fedeltà a Dio: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi».
Molti ci interrogano per capire il senso della nostra presenza in un paese musulmano. Notiamo in primo luogo che non si tratta soprattutto di una "presenza", ma di un "incontro", d'una "condivisione", d'una "comunicazione" che Dio ci affida perché si realizzi finalmente la riconciliazione, la conoscenza reciproca, l'amicizia e la comunione. Una giovane donna musulmana, medico, scriveva dopo la crisi che abbiamo attraversato insieme durante il periodo islamista: «Penso che sia Dio a volere la presenza della Chiesa nella nostra terra d'Islam... Siete un germoglio sull'albero dell'Algeria che, se Dio lo vuole, si schiuderà verso la luce divina».