CHIESA NEL MONDO

Ferita e in minoranza la comunità cristiana del Nord Africa
continua ad «annunciare servendo».

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L’arcivescovo di Algeri: «La nostra scelta, stare assieme ai musulmani».

Da Milano, Matteo Liut
("Avvenire", 3/2/’06)

Non vuol sentir parlare di «Chiesa del silenzio» e se solo si fa riferimento a questo concetto lui ribatte con vigore: «Io parlo in arabo, appaio alla tv algerina, insegno in arabo e sto in mezzo ai musulmani. E loro sanno chi sono, l'arcivescovo cattolico di Algeri». La calma del racconto di monsignor Henri Teissier, che vive in Algeria dal 1946 ed è arcivescovo della capitale dal 1988, si colora di tanto in tanto con accenti di viva passione. «Siamo davvero pochi, sparsi in tutto il territorio algerino - racconta, durante un incontro con i giornalisti delle riviste missionarie presso il Centro di documentazione mondialità della diocesi di Milano - . La popolazione è tutta musulmana, i cristiani sono appena 10mila e quasi tutti stranieri. Ci sono 180 religiosi e 180 sacerdoti diocesani, più qualche migliaio di laici missionari». Teissier è anche presidente della Conferenza episcopale del Nord Africa che comprende, oltre alle quattro diocesi algerine, anche Libia, Tunisia, Marocco, il Sahara Occidentale e la Mauritania. In queste nazioni la Chiesa vive nelle stesse condizioni. In Algeria però i cristiani hanno pagato con la vita la loro «fedeltà al popolo»: durante la crisi che ha colpito il Paese tra il 1992 e il 1999 sono morti, uccisi da gruppi armati estremisti, 19 religiosi. «Oggi lo scopo del nostro agire è l'incontro con i musulmani - sottolinea l'arcivescovo di Algeri - , e la gente sente che noi ci siamo. Non operiamo conversioni, né facciamo proseliti ma prestiamo il nostro servizio a livello sociale e culturale». Per capire di cosa parla Teissier bisogna ricostruire la storia dell'Algeria: dal 1830 al 1962 fu colonia francese. Diventò indipendente dopo otto anni di lotte, prima delle quali la Chiesa era semplicemente una «struttura colonialista». Grazie all'impegno per l'indipendenza e all'opera del cardinale Léon-Etienne Duval, il predecessore di Teissier, l'immagine della Chiesa cambiò, si cominciò a distinguerla dalla Francia. «Negli anni l'idea sulla Chiesa tornò ad essere quella di una struttura straniera - racconta Teissier - fino a venir identificata come "l'ultima struttura colonialista" dal movimento islamico degli anni '80». Negli anni difficili del terrorismo, nonostante gli omicidi di religiosi, tra cui anche il vescovo di Orano e i sette monaci trappisti rapiti nel marzo 1996, la Chiesa fece una scelta chiara: «Io da vescovo e tutti gli altri nei compiti che svolgevano - ricorda Teissier - decidemmo di stare con la gente, di continuare, in quanto cristiani, il nostro servizio di amore gratuito». Per quanto riguarda i servizi l'arcivescovo offre un lungo elenco, partendo dagli interventi di carità per le vittime di alluvioni o terremoti, passando per l'assistenza ai disabili e alla formazione della donna. «La Caritas - racconta - pubblica una rivista dedicata ai problemi delle donne, ma non può farlo con il proprio nome. Per questo la Mezzaluna Rossa ha concesso che venga pubblicata sotto la sua responsabilità». L'arcidiocesi di Algeri, inoltre, ha un centro per i diritti della donna, una scuola per educatrici di asili nido e molte strutture a servizio degli studenti. «Il problema algerino è che l'università porta il marchio della cultura francese - sottolinea l'arcivescovo - . Il nostro sforzo è quello di coltivare la cultura araba anche fra gli universitari». Tutto ciò avviene anche attraverso le sette biblioteche dell'arcidiocesi in città, dove il 95 per cento dei libri è in arabo, il resto in francese.
Ma la scelta della «fedeltà al popolo algerino» si trova a dover convivere anche con la mancanza di un dialogo ufficiale islamo-cristiano. Tuttavia, dice l'arcivescovo di Algeri, «il dialogo avviene nella quotidianità: agli incontri e ai dibattiti cui partecipo ci sono musulmani, l'insegnamento è rivolto ai musulmani, condividiamo la vita di tutti i giorni con i musulmani». A testimonianza di tutto ciò è l'interesse dimostrato da alcuni algerini islamici per la figura di sant'Agostino, testimone delle radici cristiane del Nord Africa. L'ultima frontiera sulla quale è chiamata a confrontarsi la Chiesa algerina, ora, è la celebrazione della memoria. Dopo il voto per la riconciliazione, infatti, lo Stato vuole dimenticare il periodo delle violenze e non accetta che per il ricordo dei martiri («sono stati indicati così dallo stesso Wojtyla», sottolinea Teissier) la Chiesa faccia cerimonie pubbliche. Ma su questo punto l'arcivescovo è deciso: «Noi non vogliamo ricordare la violenza, ma celebrare la fedeltà al popolo algerino di questi 19 religiosi, per i quali abbiamo chiesto di avviare la causa di beatificazione».