DALL’ALGERIA
Nuove
difficoltà. E nuove amicizie
«Alcuni recenti segnali ci inquietano.
Eppure avvertiamo la
vicinanza di tanti».
Mons. Henri Teissier*
("Mondo e Missione", Febbraio 2008)
Come tutta la popolazione algerina, anche noi, Chiesa di questo Paese,
siamo
stati profondamente scossi dal duplice attentato che ha colpito i quartieri di
Hydra e Ben Aknoun ad Algeri, lo scorso 11 Dicembre, uccidendo oltre
sessanta persone. E siamo profondamente addolorati e preoccupati per la
persistenza delle violenze. Non solo per l’esplosione delle due bombe di cui
tutto il mondo ha parlato, ma per il quotidiano susseguirsi di attacchi di
minore entità. Solo nel "week-end" del 28-29 Dicembre sette località
sono state teatro di scontri tra terroristi islamici e forze dell’ordine,
soprattutto in Kabylia.
Questi attentati ci hanno interrogato una volta di più sul senso della presenza
della nostra piccola comunità cristiana. Una presenza che si situa all’interno
di una società attraversata da difficoltà evidenti, che toccano da vicino
anche noi, sia come parte integrante di questa realtà, sia nella nostra
specifica identità e diversità di cristiani. Ciò non significa che non
esistano possibilità di incontro e di amicizia. Queste, anzi, sono
continuamente nutrite dalla presenza di tanti amici musulmani, che ci sono
vicini e ai quali siamo vicini, aiutandoci reciprocamente a superare ostacoli e
chiusure.
Eppure non possiamo non essere preoccupati dal susseguirsi di difficoltà che
abbiamo incontrato negli ultimi tempi. Solo alcuni esempi. Lo scorso anno, nel
mese di Maggio, tutte le "prefetture" del Paese in cui sono presenti
comunità cristiane hanno invitato i religiosi e le religiose senza la
nazionalità algerina a lasciare il Paese. Nessuno ha accettato e l’invito è
stato ritirato. In Ottobre, è stato chiuso il "centro sociale" di
Corso, dove l’associazione ecumenica "Rencontres et Développement"
svolgeva da tre anni un eccellente lavoro soprattutto con le donne e i bambini.
In Novembre, ci è stata notificata l’espulsione di quattro volontari
brasiliani della comunità "Salam" (per il momento rinviata a fine
Giugno). E poi ci è stata rifiutata la metà dei "visti" richiesti
per il rinnovo delle nostre comunità o per le visite dei responsabili delle
"Congregazioni".
Tuttavia, nonostante questi problemi, possiamo contare sull’amicizia e la
solidarietà di molte persone, grazie alle quali non soltanto continuiamo a
vivere, ma riusciamo anche a promuovere nuove iniziative culturali, spirituali,
di solidarietà e servizio. La nostra piccola comunità si è inoltre arricchita
di alcuni preti e volontari, e di un buon numero di famiglie europee e libanesi,
che, insieme alla vivace comunità degli studenti "sub-sahariani",
contribuiscono a dare un volto sempre più "plurale" e internazionale
alla nostra Chiesa, dove c’è anche una minuscola presenza di cattolici
algerini. Inoltre, riceviamo sempre più frequentemente gruppi di pellegrini che
vengono in Algeria sulle orme di Charles de
Foucauld e di Sant’Agostino, e che contribuiscono a creare un legame
tra questa terra e i loro Paesi d’origine.
Infine, anche i lavori di restauro della Basilica di
Notre Dame d’Afrique avanzano e testimoniano di una significativa e
molto concreta collaborazione "islamo-cristiana" e "algero-europea",
grazie all’impegno di molti finanziatori e benefattori, a cominciare dalla
prefettura di Algeri, che per prima ha dato il proprio contributo economico ed
è "capofila" delle imprese coinvolte.
La nostra Chiesa d’Algeria continua, dunque, a «farsi segno» in questo
Paese, a testimoniare la sua solidarietà e fedeltà a questo popolo, che ne ha
un grande bisogno, come spesso ci ripetono i nostri amici musulmani. È una
vicinanza che, oggi come in passato - negli anni bui del terrorismo, e in questi
momenti difficili, in cui violenze e attentati sono tornati a colpire gente
innocente - li aiuta a conservare la fiducia nel domani. E anche a verificare la
loro capacità di apertura all’altro e al diverso, in un momento in cui il
Paese tende sempre di più a chiudersi su se stesso.
È il nostro modo, apparentemente silenzioso e a volte incompreso, di
testimoniare Gesù e il suo Vangelo in questa terra d’Algeria e in mezzo a
questo popolo musulmano. Nonostante le difficoltà, continuiamo a credere che l’unica
alternativa alla violenza sia la pace "interreligiosa" e la collaborazione "islamo-cristiana"
per il bene comune e in omaggio a Dio Creatore e - per quanto ci riguarda -
nella fedeltà al Vangelo.
* Arcivescovo di Algeri