DALL’ALGERIA
Vicini al popolo, inquieti
per le leggi ![]()
Lontani dal
"proselitismo", i cristiani algerini accolgono tutti
nel rispetto delle differenze.
Mons.
Henri
Tessier*
("Mondo e Missione", Maggio 2008)
In questi ultimi tempi, alcuni
giornali algerini hanno ripreso a scrivere che l’impegno sociale della Chiesa
locale è un mezzo per ottenere conversioni al cristianesimo. Si tratta
ovviamente di falsità, che, una volta di più, cerchiamo di
"smentire" innanzitutto con i fatti, ribadendo che la vita al seguito
di Gesù implica la "gratuità" nel servizio. La nostra gioia più
grande, infatti, è là dove noi possiamo accoglierci gli uni gli altri nel
rispetto delle differenze. Far nascere la comunione tra gli uomini di origini,
culture e religioni differenti è per noi la "missione" di Colui che
«ha dato la sua vita per riunire tutti i figli di Dio dispersi».
Purtroppo numerosi fatti recenti hanno risvegliato, in certi ambienti,
diffidenze e ostilità che ci sembrano ingiuste e ingiustificate. E non possiamo
che vivere con dolore e preoccupazione il contrasto che si è creato tra il
nostro desiderio di vivere la «solidarietà evangelica» con il popolo algerino
e gli ostacoli che si sono presentati in questi ultimi mesi e che cerchiamo di
affrontare senza perdere la speranza. Queste difficoltà non riguardano
unicamente la Chiesa cattolica, ma colpiscono tutte le Chiese presenti in
Algeria e le diverse comunità cristiane. In particolare, lo scorso Marzo,
abbiamo dovuto accomiatarci, con grande dolore e rammarico, dal
"pastore" Hugh Johnson, 75 anni, ex Presidente della Chiesa
protestante d’Algeria, costretto a lasciare il Paese dopo 45 anni di vita e di
servizio in questa terra. Il "Consiglio di Stato", infatti, si è
dichiarato incompetente a decidere il destino di Johnson e ha rifiutato di
rinnovargli il "permesso di soggiorno", dopo che in un primo momento
aveva annullato l’ordine di espulsione. A nulla sono valsi i nostri appelli e
il nostro intervento presso lo stesso "Ministro per gli Affari
religiosi", Abdullah Ghulamallah. Eppure, in un recente incontro proprio
con il Ministro, gli avevamo ribadito la volontà di solidarietà di tutte le
comunità cristiane con la popolazione locale, solidarietà attraverso la quale
si esprime il rispetto della Chiesa per la società algerina, per le sue
tradizioni e per i suoi riferimenti religiosi. Ma gli abbiamo espresso anche l’inquietudine
della comunità cattolica in Algeria di fronte a certi provvedimenti e a certe
decisioni amministrative recenti. E nonostante il Ministro abbia ribadito che lo
Stato non ha alcuna volontà di mettere in discussione la presenza della Chiesa
cattolica nella società algerina, restiamo comunque alquanto preoccupati. Tanto
più che, lo scorso mese di Aprile, abbiamo dovuto affrontare il
"processo" al Padre
Pierre Wallez della
Diocesi di Orano
e a un medico algerino, accusati di aver visitato senza permesso un gruppo di
migranti "subsahariani" che vivono alla frontiera con il Marocco e di
aver celebrato in un luogo non riconosciuto dal governo. Eppure da almeno nove
anni i servizi di sicurezza algerini sono al corrente del fatto che membri della
Chiesa cattolica visitano regolarmente i migranti "subsahariani" in
quella zona e garantiscono momenti di preghiera presso i cristiani.
In seguito a questo incontro con il "Ministro per gli Affari
religiosi", ci incoraggia perlomeno il fatto che si sia previsto di
lavorare, insieme ai suoi collaboratori, in una commissione creata "ad
hoc" dal Ministero per studiare nei dettagli i diversi articoli della legge
del 28 Febbraio 2006 e dei suoi "decreti applicativi". Si tratta di un
testo che regolamenta i culti "non-musulmani" e che prevede misure per
noi difficili da accettare, in quanto si parla di prigione per tutti coloro che
presentano il cristianesimo ai musulmani. Questo non è accettabile e non è una
soluzione. Certamente bisogna trovare modi di relazione rispettosa tra cristiani
e musulmani e allontanarsi da forme di "proselitismo propagandistico".
Io stesso ritengo che la comunicazione spirituale possa avvenire ad altri
livelli. Ma speriamo anche che il governo trovi altre soluzioni, che non siano l’arresto
e la prigione. Noi, come Chiesa d’Algeria, non possiamo far altro che
continuare a dar prova, come abbiamo fatto nel corso di molti anni, del fatto
che la ricerca di fratelli e sorelle in umanità è la nostra fondamentale
"vocazione" e la nostra "missione" in questo Paese. In
questo modo, realizziamo l’"appello" di Cristo: «Amatevi gli uni
gli altri come io ho amato voi», rinnovando ogni giorno il nostro impegno e la
nostra solidarietà.
* Arcivescovo di Algeri